mercoledì 14 giugno 2017

Una Marina di libri 2017

                     


Orto botanico/Una marina di libri = paradiso terreste per anime in pena: autori, editori e lettori.

Il luogo ideale per provare a conquistarsi, gli uni gli altri, a vicenda. 
I lettori - gente come me, abitualmente insonne - annusa copertine, allunga lo sguardo bramoso ora su questo ora sull'altro banchetto, i libri vorticano loro davanti e la scelta si fa complicata. Sanno di poter spaziare tra generi, autori, volumi e volumetti. Bisogna decidersi, ma alla fine - non ci sono dubbi - ognuno riuscirà a fare la propria scorta di provviste; che almeno la notte non devi alzarti dal letto per gustarti un altro pezzo di vita.  
Con voracità agguanteranno di tutto, opuscoli, brochure, bigliettini da visita e segnalibri. 
Conoscersi, conoscere, farsi conoscere: l'eterna questione autore/editore, editore/lettore. Il primo deve conquistare il secondo, il secondo deve sedurre il terzo, così che il primo espugni il terzo. Sembra un'equazione matematica: lo è.
I mestieri cambiano, il mondo va avanti, si trasforma, ed io che leggo mediamente un libro a settimana, per la prima volta nella mia vita assisto ad una presentazione senza mettermi in fila per il firma copie. Non l'ho presa, la copia, ho il kindle (confesso, non avrei mai voluto, ma dovevo pur evitare la bancarotta).
Lo cerco prima della presentazione, gli vado incontro con il mio sorriso che spero non gli sembri eccessivo, lui non sa quanto mi abbia stimolato e spinto verso altri mille traguardi; ha pubblicato diversi miei racconti, le mie poesie. Non pretendo si ricordi di me, anche se più volte ci siamo scambiati messaggi, non può con precisione, e - se devo dirla tutta - penso che non abbia mai letto nulla di mio; si sa per le antologie di autori vari fa tutto la Redazione. 
Parlo di Giulio Perrone è qui in doppia veste: Editore e Scrittore. E io dico: Bingo! 
Presenta il suo secondo libro, pubblicato dalla Rizzoli:Consigli pratici per uccidere mia suocera. 
No, questa non è una recensione, il libro non l'ho ancora letto, ma lo farò. So che è un libro divertente e questo già basterebbe, so che è una bella storia - e questo è ciò che un lettore cerca -, e poi lo ha scritto lui, il primo editore che mi ha pubblicata.
Durante la presentazione dice che al liceo ha avuto un professore d'eccezione, il critico letterario Walter Mauro. Uaoh! Ecco, l'ho sempre detto: un buon professore è come un buon medico, può salvarti la vita. 
Giulio sembra un po' Kabir Bedi, ma io non sono la perla di Labuan, meno che mai in campo letterario, ahahaha. Eppure sono una persona felice, felice di avere partecipato a questa nuova Edizione di Una Marina di libri con Apertura a Strappo, di essere riuscita a salire sul palco portando a termine la performance de "L'Amleto riscritto dalle governanti", con soddisfazione di pubblico. 
Ci abbiamo lavorato sei mesi, noi di apertura a Strappo, collegandoci tramite il web quando non ci si poteva incontrare, scrivendo e riscrivendo, provando e riprovando. Con fatica, con timore, togliendo - per necessità di copione - cose venute bene, la mannaia inclemente (e sapiente): Giorgio D'Amato. Ideatore, motore propulsivo, vulcano in eterna eruzione che, come lava, a volte fa deserto, poi fertilizza. 
Dovrei citare tutti i miei compagni di avventura, ma basta seguire il blog per saperne di più, molto di più di ognuno di loro, tutti speciali, tutti unici.
È l'ultima sera, vorrei godermela fino in fondo, ma sono costretta ad abbandonare il mio Eden proprio quando Alessio Castiglione sta per presentare la nostra nuova raccolta, la prima come NewBookClub, dal titolo Lettere alla libertà; mio marito batte l'indice sull'orologio, dice: è tardi, dobbiamo andare. Ha molta pazienza, lui, e non posso pretendere di più.
Una marina di libri: Un'esperienza indimenticabile.

Adelaide J. Pellitteri


lunedì 10 aprile 2017

Domenica di Palme e Razzi


Si sente dire in giro che ci ha fatto una bella figura, ha recuperato il suo ruolo di leader e, finalmente, l’America ritorna ad essere la punta dell’ago che indica la via da seguire. Lo fa senza chiedere il permesso a nessuno, come esattamente fa chi è abituato ad agire, sempre e comunque, senza aver bisogno di consultarsi con i suoi legittimi alleati. Certo è questione di gusti, c’è infatti chi preferisce il culo alla faccia, e c’è chi pensa di aver ricevuto da Dio il compito di guida, non sul monte Sinai, ma nello Stato di Washington, sulla costa del Pacifico, che una volta apparteneva agli indiani Siux, uno degli ultimi gruppi ( o nazioni) ad arrendersi alla colonizzazione britannica, dopo lo sterminio dei tutto il loro popolo.

giovedì 30 marzo 2017

FrattoX. Recensione di Rosa La Camera


Ha tolto le tende martedì 28 marzo, il gruppo minimale di Antonio Rezza e Ivan Bellavista, poeti dell’assurdo,  che hanno riportato al Biondo di Palermo, con “Frattox”, un tipo di teatro che avevamo conosciuto con il Living e che mi suggerisce un cambiamento di stile nel teatro, che chiede di ritornare probabilmente ad essere anticonvenzionale e irrequieto, come i suoi attori e registi. Irrequieti come bambini affetti da mancata scolarizzazione, con le loro macchine-giocattolo e quei sproloqui brevi, fitti e raffinati, giochi di stile, che si tessono sottilmente dentro le orecchie dello spettatore, intanto catturato anche dal movimento sulla scena, spoglia ed essenziale  (la scenografia  era di Flavia Mastrella che ho incontrato all’ingresso e che come ultimo regalo alla città, distribuiva biglietti gratuiti ai ragazzi che si erano raccolti in fila per entrare).
Sbalorditi e divertiti, gli spettatori hanno creato a loro volta un sottofondo di risate sottovoce, per l’agilità, il piglio complice e nello stesso tempo irriverente degli attori sulla scena, che mi suggeriva l’atteggiamento dei bambini che spesso vogliamo recuperare da un disagio di iperattività, eliminandolo, e che, però, non ci importa indagare. C’era qualcosa di profondo in quella balbuzie artefatta, qualcosa di viscerale .
Rezza e Ivan esprimono e non raccontano, denunciano e sorridono, balbettano e discutono, con frasi brevi e scoppiettanti come petardi e con due corpi da pupi molli e versatili, saltimbanchi che mi hanno riportato alle fiere della vecchia Inghilterra, alle piazze oltre il Tamigi, e mi hanno fatto sentire ancora ragazza.


giovedì 23 febbraio 2017

Recensione del libro Chissà come dicono minchia in Malesia di Gualtiero Sanfilippo Ediz. Polindromo


Non occorreva certo il libro di Gualtiero Sanfilippo per portare la parola Minchia alla ribalta, lo era già da tempo, grazie a Camilleri e al suo Montalbano.
A dire il vero a renderla famosa, già molto tempo prima, era stato il film Il padrino. Sebbene pronunciata una sola volta in tutta la pellicola, tanto bastò a renderla di conoscenza planetaria.
Il titolo del libro di Gualtiero è: Chissà come dicono minchia in Malesia. E ci si domanda: ma perché questo titolo? È una questione fondamentale sapere come lo dicono in Malesia? 
Beh, se è vero che un libro deve fare pensare ecco che oggi rifletto proprio sulla parola Minchia.
Infranta la barriera che la vedeva in uso solo tra il popolaccio di sesso maschile nato e cresciuto nella Sicilia biedda, oggi è diventata quasi un vezzo; superato lo Stretto ha raggiunto comodamente le Alpi e superate anche queste.
Di per sé va oltre ogni e qualsiasi superlativo assoluto. Infatti posso affermare, senza correre il pericolo di essere smentita, che essa è un passepartout per ogni occasione. Può spaziare agevolmente dai complimenti per un compleanno - magari con molte candeline (minchia novant'anni?) - al rammarico per una morte prematura (minchia muriu!). 
E adesso torniamo al libro di Gualtiero partendo proprio dal titolo, vero spunto per questa mia personale riflessione. 
Mi viene da pensare che l’autore, esprimendo questa curiosità, abbia voluto farci arrivare un messaggio sublimale. 
In questo romanzo, infatti, la parola Minchia mi sembra un ponte con il quale lo stesso Gualtiero  - il libro è autobiografico - arriva all'altro capo del mondo, in Malesia per l'appunto. È un ponte tirato su senza cemento e senza ferro, ma solido - come dovrebbero essere tutti i ponti del mondo - e sotto il quale si mescolano più fiumi; quello della giovinezza, ad esempio - capace di non temere ogni sconosciuto - quello della bellezza - come certi paesaggi esotici che l'autore descrive - quello dell'amicizia - con i tanti i ragazzi che incontra - della ricchezza interiore - perché il volontariato è questo che in fondo regala. 
E così alla fine, non hai dubbi, comprendi: se non sai come si dice Minchia in Malesia in realtà non sai un vera Minchia di niente. 

Adelaide J. Pellitteri


martedì 31 gennaio 2017

In Nome della Madre, di Erri De Luca - recensione di Nina Tarantino

Trovo il libro per caso e per caso lo leggo. Comunque sarebbe stato. Nel Nome del Padre ci sta il segno della croce. Croce che è proporzionale alle spalle di ciascuno di noi, o quasi. Nel Nome della Madre, ci sta la vita abbozzolata di imene spaccato vergine all'uso, impalcature di strati mentali bloccati e chiusi, morti seppelliti vivi a non respirare in casse ermetiche, spiritosi inconvenienti di vita che mia sorella potrebbe essere figlia unica e le rondini non volare più che è sempre inverno in ogni tempo, io mi aspetto tutto e oltre e invece nulla. La madre è Maria per De Luca, l'idea sembra buona.

Cosce non aperte, importante andare incontro a vita ingoiata, abortita o mai concessa che sia - lì ci sta il seme universale, tra il già e non ancora, massima goduria. E ancora nulla di questo. Continuo a leggere, la madre è Maria che crea - partoriamo idee, istanti, godiamo di azioni, gemiti, hic et nunc, dietro a un bancone, sopra un tavolo, dalla mente alle mani, nascono. In testa domande, aspetto il momento di intervenire che viene anche per me, prima o poi. 

Ma De Luca non lo fa, non si interroga, promette La Madre, Maria. La madre genera, di lievito, di pane sa. Lievito conservato a indurire in dispensa a preservarne odore, perde la fragranza, aromi muoiono dentro, il lievito madre può generare altro lievito che spezzato si distribuisce meglio, a destra e a manca e nel manca ci sta tutta la differenza, la differenza tra l'aver dato e il punto che interrompe il circuito, il ciclo vitale. Dare alla luce si dice, e la luce è del mondo. Luce di vita, energia che genera tutto, il resto. Madre dove sei? Ovunque. Le mie riflessioni non trovano riscontro nel suo libro dove la Madre cioè chi genera luce è Maria, che lui immortala nello stesso contesto teologico conosciuto, mangiatoia inclusa, con l'unica differenza che descrive una parte omessa dalle Sacre scritture, tutto qua. Ce la mostra partorire da sola, con dolore, dal travaglio al taglio del cordone ombelicale. Immagina una Miriam, Benedetta fra tutte le donne, femmina bambina donna madre. Una contraddizione in termini. Ci racconta una storia tutta al femminile senza neanche uno sputo di uomo, e a farle da piccolo contorno la fragilità di Giuseppe che prima pensa di imputare la gravidanza di Maria al frutto di una violenza poi crede grazie a un sogno e la sposa. La voce narrante è quella di Maria in prima persona ( e questo mi piace ) che racconta la sua gravidanza, odori sviluppati, senza nausee o vomiti, felicità di vita che le cresce in grembo, protegge la sua creatura e resta in casa; stringe la mano di Giuseppe che non la tocca, che accetta di essere sposo e padre per il mondo ma anche un Giuseppe innamorato cotto, così Erri lo definisce. Maria che aspetta il suo ritorno dal lavoro e gli prepara la cena, un Giuseppe che spezza il pane e il bimbo le si muove in grembo. Una Maria coraggiosa che accetta di partire per Betlehem per il censimento, sua madre che si preoccupa che lei perda il bimbo lungo il viaggio "Miriam gli uomini sono bravi a fare qualche mestiere e a chiacchierare, ma sono persi davanti alla nascita e alla morte. Sono cose che non capiscono". Ci mostra una Maria consapevole di riuscire a fare da sola per tutto il racconto. La partenza al buio per non essere visti e giudicati, un abbraccio per salire e uno per scendere dall'asinello, il senso della misura di Giuseppe che si sveglia a ogni movimento di Maria e dorme con i sandali allacciati. L'umanità in Maria che dice di sentirsi un recipiente e Giuseppe dal coraggio probo: due incoscienti o esempi mostrati. A cornice la stella cometa al posto della luna, uscita dal fondo di pozzo del firmamento e le stelle "madri accese". Una donna vergine pensa che tutti gli amori siano fattibili, poi uno cancella tutti gli altri mai venuti. "Giuseppe ce la farò, sono donna per questo". Maria partorisce da sola in piedi appoggiandosi di schiena alla mangiatoia - il fiato del bue e asinello insieme. Sudore, spinte, rincorse, contrazioni, in ginocchio. Morsi alle labbra e un soffio, poi fuori, eccolo, la testa, un singhiozzo e via, lo afferra al volo poi lo alza per i piedi, fa mosse esperte quasi a conoscerle. È maschio, taglia il cordone, fa un nodo da sarto e strofina il corpo in acqua e sale, lo annusa, - "sei un dattero, più frutto che figlio" - lo lecca e gli ascolta il cuore, lo vede somigliare a Giuseppe e lo attacca al seno. Il bimbo è solo suo, di notte. Maria Madre esprime il pensiero che questa simbiosi duri per sempre. Lei e suo figlio, realizza che non lo è; Giuseppe e gli altri arriveranno e sarà di tutti, figlio del mondo. "Domani avrai il tuo giorno che avrà luce e ombra. Sogna che il tuo indirizzo è ancora lì dentro di me. Ora dormi figlio mio che in sogno ci potrai tornare sempre".

Nina Tarantino

lunedì 30 gennaio 2017

La bisbetica domata di William Shakespeare, recensione di Emanuele Scaduto


Scrivere una recensione dignitosa su uno dei molti testi di Shakespeare è un’operazione complicata e non priva di imprevisti. I lettori del grande drammaturgo inglese si dividono in due categorie: quelli che lo leggono e quelli che se ne fregano, che cercano altre cose, più contemporanee, più empiriche.
Il titolo dell’opera è, in inglese, The Taming of the Shrew. Nella sua traduzione italiana diventa La bisbetica domata. La commedia apparse per la prima volta nel 1623, nella sua edizione in-folio. Il problema storiografico non è indifferente: è stato accertato che nel 1607 avvenne la pubblicazione dell’omonima commedia (che omonima, nella forma e nello stile, non è) differente dall’originale soltanto per un articolo. Il titolo, infatti, è The Taming of a Shrew. Le differenze tra le due commedie non sono poche: l’originale, infatti, è molto più complessa e articolata. A Shrew è ambientata ad Atene, The Shrew a Padova. L’introspezione psicologica dei personaggi, in The Shrew, è completa e lineare. La bisbetica ha dunque due sorelle nella “falsa” commedia e una, Bianca, in quella “vera”. Le ipotesi più affidabili sottolineano l’importanza (marginale) della commedia storpia per capire al meglio la datazione delle commedie Shakespeariane all’interno di quella piccolissima parentesi storica. A Shrew, infine, potrebbe essere non altro che una semplice fonte, o protostoria, da cui Shakespeare avrebbe potuto attingere.
La dimensione matrimoniale di cui si parla possiede qualcosa di inquietante: la donna-oggetto, quella petulante e cattiva, capace di muovere accuse contro ricchi gentiluomini che, certamente, si muovono in un ambiente di totale superiorità intellettuale e fisica. Non c’è bisogno di andare oltre, la presentazione degli altri personaggi è superflua. La commedia intera si muove a stento, fatica a trovare qualcosa di meritevole nei suoi principali interlocutori. E’ il limbo geniale e ustionante di una strada a senso unico: l’ironia. La conversazione è a volte obliqua, non di facile comprensione; i monologhi di Caterina arrivano a superare la pagina. L’unico elemento inequivocabile risiede nella fotografia letteraria che Shakespeare ci ha gentilmente regalato: l’eleganza della sorpresa, il gusto delicato di un colpo di scena che non ti prende alla sprovvista. Il problema dei sessi è affrontato con audacia. Sembra che la censura non abbia intaccato il lavoro del commediografo e questa, signori miei, è pura tristezza. Le donne come anti-eroe, così tanto tralasciate da permettere alla società civile di non porsi valide domande sui trattamenti che venivano riservati all'altro sesso in un’epoca, quella di Elisabetta, la regina vergine, in cui (ecco il paradosso) il rispetto della vita umana poteva risolversi in modi molto più elegiaci.

"SLY: Bene, bene. Voglio vederla. Andiamo, signora moglie, siedi al mio fianco e lascia che il mondo vada per suo conto. Non saremo mai più giovani di adesso."

Come non pensare, e rimandare, alla Sonata a Kreutzer di papà Tolstoj?

Emanuele Scaduto

giovedì 19 gennaio 2017

IL CARAVAGGIO RUBATO - Teatro Massimo di Palermo



Vado al teatro Massimo per curiosità, danno Il Caravaggio rubato.
Ho già visto il Maestro Giovanni Sollima in un concerto a Milano, l’ho anche visto in Tv, con i suoi 100 violoncellisti, aprire il concerto di Capodanno di qualche anno fa.
Ascoltare un artista di tale livello è a dir poco entusiasmante.
Mi incuriosisce anche il fatto criminoso, il furto del quadro.


L'EVENTO ARTISTICO

Nel campo dell’arte esistono tre categorie di persone: I dilettanti, i professionisti e gli Artisti.
I primi creano opere al disotto delle regole, soddisfacendo il proprio Ego (e forse pochi amici).
I secondi producono opere nel perfetto rispetto delle regole soddisfacendo il proprio Ego e gli addetti ai lavori.
Gli ultimi, invece, producono al disopra delle regole – non fuori dalle regole, ma proprio al disopra, cioè partendo da quelle - aggiungendo, migliorando, magnificando ogni creazione con le proprie capacità fino a creare un’opera del tutto Nuova e con essa nuove regole.
Soddisfano così il proprio Ego, gli addetti ai lavori e pure i profani.
Ecco l’ho detto, se un Artista raggiunge, oltre agli esperti del campo, una moltitudine di profani, allora è certo che rimarrà indimenticabile e indimenticato.
Io sono una profana ed è da profana che vado a vedere lo spettacolo.

La scaletta prevede un monologo del giornalista Attilio Bolzoni, la proiezione di alcune foto di Letizia Battaglia e la proiezione di un cortometraggio di Igor Renzetti, tutto sulle musiche scritte ed eseguite dal Maestro Giovanni Sollima che dirigerà anche l'orchestra.
Per gestire gli elementi di queste arti tanto diverse tra loro, occorre una regia capace di far interagire intelligentemente tutte le opere.
C'era.
Una straordinaria Cecilia Ligorio, regista veronese.
Bolzoni comincia il monologo parlando della nascita di suo figlio, dicendo dei suoi piedi nudi, parla poi della nascita, in latitanza, dei figli di Riina, nati a piedi nudi anch'essi. Prosegue spiegando come, da bambino, gli sia stato insegnato a riconoscere i piedi di "quelli", i mafiosi: scarpe belle e sporche di cantiere.
Parla del giornale L'ora.
Ai tempi del suo arrivo in redazione, la sala, piena di fumo e bottiglie di liquore, era bazzicata dalla Battaglia in carne e ossa e dal fantasma di Mauro De Mauro.
Cita le stragi di mafia, quella di Viale Lazio... quella di Capaci.
" Il cratere di Capaci è troppo grande per una piccola aula di giustizia"
Il coro intona:
Et in Terra Pax homnibus banae voluntatis...

Bolzoni riprende riferendo un aneddoto accaduto a Buenos Aires, durante una lezione di giornalismo dove il reporter Clarin sta spiegando la regola del cinque. Dice che il pezzo deve rispondere sempre alle cinque domande: Chi, come, quando, dove e perché. Dal fondo dell'aula si alza la voce dello studente Kiki: Io non sono d'accordo - esordisce - per noi che siamo nati qui deve sempre rispondere alle domande: Perché, perché, perché, perché, perché.
Citare tutto il monologo non è possibile in un pezzo da blog, ma posso dire che le parole, come una palla da bowling scivolavano sulla corsia del passato, ne scandivano i tempi, quello di Caravaggio, della Natività, della nascita dei bambini, dell'avvento della mafia fino ad arrivare dentro la Palermo con le lenzuola a terra, con il sangue che scappava a fare i rivoli sotto i marciapiedi. Ricordando le madri dei nascituri, dei morti, degli assassini.
Alle spalle del narratore gigantografie in bianco e nero. Raffigurano madri che tengono in braccio, anzi in mano, bambini appena nati. Sono mani importanti, la regia ce le lascia vedere falange per falange, riusciamo a sentirne la forza. Reggono la vita, tanta vita nuova, poi... la morte, asciugano il pianto, accompagnano l'urlo del dolore, reggono foto di chi non c'è più... sparito.
Sono immagini di una potenza infinita.
Letizia Battaglia un Artista che conoscevo solo di nome - che brutta cosa per una palermitana come me.
Imperdonabile non conoscere chi della tua città, ha immortalato tutto, bellezza ed orrore, incidendone le immagini sulla carta fotografica con la stessa intensità di un pittore.
Per me, proprio da questa sera, Letizia Battaglia è il Caravaggio della fotografia.
Tutto piano piano diluisce, chiudendosi con il filmato di Igor Renzetti ci mostra la Palermo di oggi, attraverso gli occhi di chi viene da "fuori". Le vecchie case del centro storico, la porta del Capo, le luminarie, le facce della gente comune. Timidi sorrisi, piccole speranze.

Palermo è pronta a rinascere.

GIOVANNI SOLLIMA E IL SUO
IL CARAVAGGIO RUBATO

Se nel pezzo precedente non ho ancora accennato al Maestro Giovanni Sollima è solo perché non ho le stesse capacità della regista Ligorio e allora le note non so lasciarle insinuare tra le parole e le foto, tra le foto e il filmato. Eppure senza queste musiche tutto sarebbe rimasto meno comprensibile o meglio avrebbe scavato meno dentro la memoria.
So che il Maestro suona un violoncello Francesco Ruggeri fatto a Cremona nel 1679. Per aver letto qualche notizia so che per questo spettacolo ha riscritto il Gloria di Guillaume de Machaut, compositore medioevale. Ne ha ribaltato i ruoli vocali originali ed allargato l'immagine sonora.
Poi ha scelto i sublimi versi di Carlo Gesualdo  da Venosa per raccontare l'assenza.

Beltà, poi che t'assenti,
come ne porti il cor
porta i tormenti.
Ché tormentato cor
può ben sentire
la doglia del morire,
e un'alma senza core
non può sentir dolore.

Potrei aggiungere altri particolari che però i profani come me non capirebbero e allora riferisco dell'unica cosa che ho percepito nettamente, il Maestro Sollima ha creato una musica - lo dice lui stesso - che può essere interpretata liberamente (l'Artista raggiunge così il profano).
A me è arrivata come una melodia poeticamente contraddittoria così come è tutta la storia della mia città.
Con le sue note, il Maestro, ha fatto strada agli eventi: la nascita della Natività del Caravaggio, quelle dei bambini, fino a quella della mafia. Lo ha fatto con passaggi diversi, diversi ritmi. 
Sono passaggi armoniosi, ma anche lugubri, percepisco perfino note nerissime.
Ostentato e incalzante è il ritmo della Mafia, quando uccide senza sosta. Le percussioni hanno tutto il crescendo degli eventi e mentre le foto scorrono sembrano prendere voce e tutto ti entra nel petto e precipiti.
Potrai dire di essere stata lì in mezzo, dietro le corone di fiori che accompagnavano i morti.
I morti nati bambini, senza scarpe, alcuni liberi, altri già latitanti.  

Il Caravaggio Rubato non è un semplice spettacolo teatrale, non avrebbe potuto esserlo con Artisti come Sollima, Battaglia, (eccellenze palermitane), Bolzoni (palermitano di adozione) è un evento artistico-culturale che spero venga riproposto.
Fa ricordare, riflettere, sperare e infine lascia orgogliosi.
Palermo è anche la meraviglia dell'arte.
Al Teatro Massimo è andata in scena stasera.
Palermo 5 marzo 2016

L'EVENTO CRIMINOSO

Il quadro del Caravaggio venne  rubato a Palermo dall’Oratorio San Lorenzo nel 1969. Stava lì da 360 anni e cioè da quando il pittore, fuggito da un carcere maltese - incolpato di avere ammazzato un uomo - venne a rifugiarsi in Sicilia, a Palermo.
Durante la sua latitanza dipinge... dipinge, è quello che sa fare.
Magari è da allora che la latitanza è diventata habitué palermitana.
L'artista - dicevo - crea la Natività, ci sono la Madonna, il bambinello, San Giuseppe, che si vede solo di spalle, e poco vicino San Francesco con il suo compagno di fede, fra’ Leone, poi anche un angelo, il piede che si vede è nudo.
Il furto avviene tra il 17 e il 18 di ottobre. Data imprecisata.
Sebbene già allora il quadro fosse stimato all’incirca un miliardo di lire (oggi varrebbe molto di più) non era custodito da niente e da nessuno.
Il primo giornalista che si occupa del fattaccio è Mauro De Mauro.
Sparirà anche lui come il quadro un anno dopo.
Anche la sparizione habitué palermitana.
Dell'opera non si parlerà più fino agli anni ottanta; i peggiori anni che Palermo abbia mai vissuto.
Ne riparleranno i pentiti di mafia.
Brusca dice che lo hanno rubato i Corleonesi per barattarlo con un alleggerimento del 41 bis.
Marino Mannoia riferisce che manacce sporche lo arrotolarono malamente, come fosse un tappeto, rovinando la tela.
Altri che fu seppellito con i tesori del boss Gerlando Alberti.
Altri ancora che si trovasse in casa del boss Gaetano Badalamenti.
"Fu un atto dimostrativo di potere", dicono pure.
Spatuzza sostiene che la tela fu abbandonata in una stalla in attesa di un piazzamento sul mercato nero. Lì fu rosicchiata da topi e maiali.
Ecco, una stalla, la Natività, magari, l'hanno voluta tenere nell'ambiente naturale che riproduceva.
Il quadro piaceva tantissimo ad Andreotti, anche questo lo ha detto un pentito (ma non riesco a ritrovare l'articolo dove ho letto anche il nome del pentito).
Tante verità, troppe.
E penso che tutte insieme facciano una sola grande bugia.
Il furto, iscritto sulla lista dell'FBI, risulta ancora oggi tra i primi dieci crimini d'arte.
Il mistero rimane ed è tanto interessante che la Sellerio - che della Sicilia e di Palermo in particolare cura ogni memoria - pubblica il libro dal titolo Il Caravaggio rubato - appunto - scritto di Luca Scarlini. Nel libro ne viene citato un altro, Una storia semplice di Leonardo Sciascia, ispirato proprio al furto.
Allo stesso caso viene dedicato ancora un altro libro, scritto questa volta dal giornalista inglese Peter Wtason, pubblicato nell'84. Narra di un incontro con Rodolfo Siviero (agente segreto, esperto d'arte e intellettuale italiano, morto nell'81). Questi pare abbia confidato al giornalista di avere ricevuto la proposta d'acquisto della Natività. L'incontro con i trafficanti è fissato per la sera del 23 novembre del 1980, ma il terremoto dell'Irpinia manda a monte l'operazione.
Oggi all'Oratorio San Lorenzo in Via Immacolatella 3, a due passi dalla Chiesa San Francesco, tra gli impareggiabili stucchi del Serpotta, l'opera è tornata a vivere. Questo grazie ad un progetto di Sky Arte che ha commissionato la riproduzione del dipinto ad un laboratorio specializzato di Madrid.
L'opera realizzata - costata 100.000 euro - è stata donata da Sky alla Presidenza della Repubblica e il Capo di Stato, Sergio Mattarella (eccellenza palermitana anche questa), l'ha donata a sua volta all'Oratorio San Lorenzo, riportando così il quadro, sebbene frutto di tecnologia, al suo posto originario intatto nella sua bellezza. 
Ovunque abbia tenuto, sotterrato o perso il Caravaggio, la mafia non ha dimostrato un atto di potere ma solo la solita ottusa ignoranza.


Adelaide Jole Pellitteri

lunedì 16 gennaio 2017

Elephant man

"Gli uomini hanno paura di ciò che non capiscono"
( Joseph Merrick )

Escrescenze ovunque. Masse compatte multiformi, sovrapposizioni di immagini: un parto, elefanti che le respirano sul ventre, un vagito, due o tre barriti, Africa nera. Nascere con pezzi di carne in più, pregiudizi attaccati a zampe di pidocchi che i parassiti epidermici non assottigliano gli strati adiposi, ti succhiano il sangue e le diversità gestite con superficialità anche quello. Mostruoso per i veri mostri che lo guardano sconvolti: Elephant man lo chiamano. 
Il film (e anche il libro) narrano la storia vera di un uomo affetto dalla Sindrome di Proteo, una malattia che sviluppa palle di carne, - immagina tuberi e pezzi enormi dalla forma di zenzero fresco sulla testa, sul corpo; prova a sentire raccapricciante poi accattivante deformità, ecco ti sentirai nei suoi panni. Joseph rincorre il sogno di dormire a faccia in su, che a guardare col naso al cielo brillano le stelle, le puoi vedere anche cadere, esprimere il desiderio che gli esseri umani siano tutti uguali o pronti per amare le diversità altrui, arricchirsene; morire felice perché adesso lui è amato, nonostante le anomale differenze. Una serata al teatro, un applauso, una stella - O Romeo, Romeo ! perché sei tu Romeo, rinnega tuo padre e rifiuta il tuo nome... Un fenomeno da baraccone per la gente, ( lui copre la testa e il viso con un sacco di tela ) costretto a mostrarsi al circo. - Venghino Signori, venghino! Puoi vederlo anche tu, pagare una manciata di soldi così da specchiarti e trovarti bello anzi bellissimo più che mai. Se avrai il coraggio di fissare i suoi tuberi, le tue escrescenze ti sembreranno inesistenti, i tuoi villi intestinali corrosi dalla bile di una esistenza inutile a mostrare sorrisi e denti bianchi. La sua bocca storta proferirà parole chiare di semplice pronunzia ma che ti stupiranno, il suo annuire gelerà il meccanismo del comprendonio secondo la lunghezza d'onda della normalità ( banale classificazione ), Joseph arriva a capire nonostante l'ossigeno al cervello gli arrivi a tratti, la sua intelligenza trova spazio tra le gallerie tuberose di tumori e carne viva anche se di troppo. L'essere in più travalica il resto, sconvolge e terrorizza gli altri, chi ha ben poco da mostrare ( mandibola regolare, viso dai tratti anatomici perfetti ). Lui si adagia su se stesso tutto storto e i pomfi sotto le piante dei piedi gli regalano una andatura irregolare che scappa davanti agli occhi strabici di chi vede le cose come stanno - L'uomo dal fiore in bocca ne godrebbe alla vista. Elephant man va oltre, naso in alto al cielo, stella, afferra il suo desiderio, chiude gli occhi felice. Respira a stento, sceglie di morire. Il viso di sua madre gli sorride, la foto al centro del tavolino ritrae beltà sotto vetro di un tempo passato, la cornice annerita dall'umidità, lucida la mancanza di momenti; e mentre gira la giostra della sua vita schizzata di dolore per la sua incurabile malattia, ne interrompe il meccanismo e stabilisce di non aspettare la morte naturale per liberarsi da un destino ineluttabile. La sua fine nella fine del film e un pensiero per noi spettatori. Ascolta - "L'acqua scorre, il vento soffia, le nuvole fuggono, il cuore batte". Niente muore.

Nina Tarantino

venerdì 13 gennaio 2017

L'importanza dei cardini in Cernia Tossica, di Clotilde Alizzi

Al suo secondo romanzo per Mesogea per la collana Petrolio, Giorgio D'Amato, scrittore porticellese dopo L'Estate che sparavano, sempre per Mesogea,  ci porta con questo suo Cernia Tossica nelle atmosfere degli anni '80, in quel passaggio di  impegno, che ha contraddistinto gli anni '70, verso l'edonismo reaganiano. L'impegno antimafia profuso a piene mani prosegue abilmente in questa sua ultima fatica, anche se chiamerei questo suo ultimo per Mesogea, non un romanzo di Formazione o di Impegno, quanto un romanzo psicologico, lasciando sullo sfondo l'intrigo e il malaffare.
Sembra un'accelerazione o un'evoluzione che l'autore presenta. Il profilo dei personaggi e la storia del rapporto tre i due, Rosanna e Germano, non è lo sfondo al tema principale trattato, quanto viceversa. L'autore ci delizia con mille riferimenti letterari, complice il personaggio colto e curioso di Rosanna alle prese dapprima con la sua tesi di laurea, poi con i suoi interessi culturali, dandocene una profusa dimostrazione tra le pagine finali. Lì, quando il rapporto si è sfilacciato tra le delusioni e i mille intrighi dell'uomo, tra il plagio e l' inconsistente capacità della donna ad arginare la propria deriva intellettuale ed l'esistenziale, l'autore riunisce i riferimenti alla poetica dei cardini di Virginia Woolf, peraltro argomento della tesi in Letteratura di Rosanna, alla amara costatazione di questa, riflessa dentro la tesi aerea dei cardini. Quando scardinare significa aprire nuovi spazi alla coscienza e alla mente, offre libertà, apre porte chiuse, gabbie, illusioni. E' qui che Rosanna scardina la sua vita ingabbiata, debole animale che non ha aperto le ali ad altri spazi e ad altre possibilità. Si ribella, scardina lo spazio chiuso ove ha maturato odio, macinato e disperso ogni sua potenzialità vitale e fugge da Germano. Andrà via, colpevole della complicità maturata con l'uomo ai suoi intrighi e malaffari. La consistenza psicologica del Romanzo ruota così sull'importanza dei cardini nella vita e nella Letteratura, e sul pescatore di Cernie che diverrà l'uomo del malaffare.
E' un romanzo d'odio, come ama definirlo lo stesso Autore, da sfondo la Sicilia e i luoghi della politica del malaffare, delle finanziarie e del fumo venduto per oro colato: dalla scuola privata che vende diplomi facili, ai derivati che le finanziarie della Mafia riciclano nelle amministrazioni pubbliche, là dove una Legge lo permetterà. La disamina dei fatti raccontati sempre documentale, serissima e condotta nelle ultime pagine del Romanzo con dovizia, fa tuttavia da sfondo ad una rabbia che devasta anime e cuori.  Rovina esistenza e ne fa deriva.
Il linguaggio, lo stile e i numerosi riferimenti letterari ne fanno un Romanzo coltissimo, anche una pagina di Buona Scrittura, citata addirittura in una pagina. Per noi è grande letteratura, notevoli le capacità narrative e l'impatto con il lettore.

Clotilde Alizzi

venerdì 23 dicembre 2016

Il presepe, u ricuttaru e l’umanità ricuttara

C’è anche uno spaccato della società civile (o incivile, dipende dai punti di vista e dall’umore del momento) nelle svariate ricostruzioni dei presepi, viventi e non viventi. Per la santa verità, c’è anche di più. Ogni figura è ben rappresentata, sia antica sia moderna. E così sia. 
Nelle rappresentazioni, storiche e di fantasia, non può mancare u ricuttaru, da pronunciare in stretto siciliano in segno di onorevole rispetto della sacra tradizione.
Proprio così. Anche il presepe contempla questa mitica figura che affonda nella memoria millenaria della tradizione secolare (millennaria? secolare? Boh!).
La Sicilia fa la sua dignitosa parte nella storia presepistica (o presepestica o prosopopestica… Boh! Chiediamo aiuto all’Accademia della Crusca) del Paese, senza alcuna fastidiosa prosopopea, ma con arte vera e con i suoi straordinari interpreti che plasmano i personaggi con la creta o li interpretano in carne ed ossa (attenzione ai cani affamati) su un palcoscenico reale (vedi i presepi viventi come quello dei miei amici di Sutera che mangiano, bevono e lavorano preparando per altri da mangiare e da bere per ore ed ore al freddo e al gelo).
Tanti i personaggi che non possono mancare: il pecoraio soprattutto. Un presepe senza pecorai che presepe è? Non ho mai visto un presepe (o presepio) senza pecore né senza un loro padrone. E se ci sono le pecore non possono mancare pure i cani, e di mannara per giunta, che controllano il gregge dall’ovile al pascolo e viceversa (il viceversa è fondamentale anche nell’immobilità del presepe o presepio).
In tutti i presepi ci sono le pecore e se ci sono le pecore ci sono anche le masserie dove le pecore si mungono e dove il latte si lavora o per lasciarlo latte o per trasformarlo e farne formaggio o ricotta o… boh!
E qui entrano in gioco altri personaggi che arricchiscono la tradizione del presepe o presepio. Chi prepara la ricotta? Chi vende la ricotta? Chi trasporta la ricotta? Chi desidera la ricotta? Chi mangia la ricotta? Chi parla di ricotta? Non certo i Re Magi così intenti a non perdere di vista la stella cometa e a non perdere per strada l’oro, l’incenso e la mirra. Non certo il birraio che porta la birra. Non certo il vinaio che porta la vina. Non certo il salsaio che porta la salsa. E non certo lo sbirro che porta la sbirra alla ricerca di chi in taluni fantasiosi presepi (plurale unico che vale per presepio e per presepe) mette elicotteri, fenicotteri e Maradona che non c’entrano nulla con la tradizione. Si assume una grande responsabilità chi si azzarda a inserire nei presepi personaggi di nuova generazione. Attenzione: il social manager non esisteva due millenni fa, così come non esistevano altri mestieri come l’ottimizzatore di siti internet, come il web influencer ecc. (ma con quali sembianze eventualmente modellarli nella creta?).
U ricuttaru invece c’era e nella sua duplice veste. Anzi triplice. C’era il preparatore e venditore di ricotta e c’era anche u ricuttaru nel suo senso lato, inequivocabile, che cogliamo quando indichiamo un soggetto dicendogli: “Sei tutto ricuttaro”.
U ricuttaru – mi sono informato con stretti familiari originari di un paese del siculo entroterra – designa anche chi si vanta assai assai di essere un conquistatore di donne (nel caso di donne che millantano di essere mangiatrici di uomini si dovrebbe parlare, Crusca insegnando, di ricuttara). 

Con questa definizione definiamo pure – ed è un’aulica sfumatura metaforica – quelle persone a cui piace essere omaggiate, di doni verbali e di doni materiali. C’è anche il caso, non raro, di un ricuttaru tuttu ricuttaru, un preparatore di ricotta a cui piace ricevere pure i regali, anche in ricotta.
Constatazione conclusiva. Considerato che a tutto il genere umano piace ricevere regali, soprattutto a Natale e sotto l’albero, ergo siamo tutti ricuttari.
Sereno Natale, con o senza ricotta.

Raimondo Moncada