martedì 31 gennaio 2017

In Nome della Madre, di Erri De Luca - recensione di Nina Tarantino

Trovo il libro per caso e per caso lo leggo. Comunque sarebbe stato. Nel Nome del Padre ci sta il segno della croce. Croce che è proporzionale alle spalle di ciascuno di noi, o quasi. Nel Nome della Madre, ci sta la vita abbozzolata di imene spaccato vergine all'uso, impalcature di strati mentali bloccati e chiusi, morti seppelliti vivi a non respirare in casse ermetiche, spiritosi inconvenienti di vita che mia sorella potrebbe essere figlia unica e le rondini non volare più che è sempre inverno in ogni tempo, io mi aspetto tutto e oltre e invece nulla. La madre è Maria per De Luca, l'idea sembra buona.

Cosce non aperte, importante andare incontro a vita ingoiata, abortita o mai concessa che sia - lì ci sta il seme universale, tra il già e non ancora, massima goduria. E ancora nulla di questo. Continuo a leggere, la madre è Maria che crea - partoriamo idee, istanti, godiamo di azioni, gemiti, hic et nunc, dietro a un bancone, sopra un tavolo, dalla mente alle mani, nascono. In testa domande, aspetto il momento di intervenire che viene anche per me, prima o poi. 

Ma De Luca non lo fa, non si interroga, promette La Madre, Maria. La madre genera, di lievito, di pane sa. Lievito conservato a indurire in dispensa a preservarne odore, perde la fragranza, aromi muoiono dentro, il lievito madre può generare altro lievito che spezzato si distribuisce meglio, a destra e a manca e nel manca ci sta tutta la differenza, la differenza tra l'aver dato e il punto che interrompe il circuito, il ciclo vitale. Dare alla luce si dice, e la luce è del mondo. Luce di vita, energia che genera tutto, il resto. Madre dove sei? Ovunque. Le mie riflessioni non trovano riscontro nel suo libro dove la Madre cioè chi genera luce è Maria, che lui immortala nello stesso contesto teologico conosciuto, mangiatoia inclusa, con l'unica differenza che descrive una parte omessa dalle Sacre scritture, tutto qua. Ce la mostra partorire da sola, con dolore, dal travaglio al taglio del cordone ombelicale. Immagina una Miriam, Benedetta fra tutte le donne, femmina bambina donna madre. Una contraddizione in termini. Ci racconta una storia tutta al femminile senza neanche uno sputo di uomo, e a farle da piccolo contorno la fragilità di Giuseppe che prima pensa di imputare la gravidanza di Maria al frutto di una violenza poi crede grazie a un sogno e la sposa. La voce narrante è quella di Maria in prima persona ( e questo mi piace ) che racconta la sua gravidanza, odori sviluppati, senza nausee o vomiti, felicità di vita che le cresce in grembo, protegge la sua creatura e resta in casa; stringe la mano di Giuseppe che non la tocca, che accetta di essere sposo e padre per il mondo ma anche un Giuseppe innamorato cotto, così Erri lo definisce. Maria che aspetta il suo ritorno dal lavoro e gli prepara la cena, un Giuseppe che spezza il pane e il bimbo le si muove in grembo. Una Maria coraggiosa che accetta di partire per Betlehem per il censimento, sua madre che si preoccupa che lei perda il bimbo lungo il viaggio "Miriam gli uomini sono bravi a fare qualche mestiere e a chiacchierare, ma sono persi davanti alla nascita e alla morte. Sono cose che non capiscono". Ci mostra una Maria consapevole di riuscire a fare da sola per tutto il racconto. La partenza al buio per non essere visti e giudicati, un abbraccio per salire e uno per scendere dall'asinello, il senso della misura di Giuseppe che si sveglia a ogni movimento di Maria e dorme con i sandali allacciati. L'umanità in Maria che dice di sentirsi un recipiente e Giuseppe dal coraggio probo: due incoscienti o esempi mostrati. A cornice la stella cometa al posto della luna, uscita dal fondo di pozzo del firmamento e le stelle "madri accese". Una donna vergine pensa che tutti gli amori siano fattibili, poi uno cancella tutti gli altri mai venuti. "Giuseppe ce la farò, sono donna per questo". Maria partorisce da sola in piedi appoggiandosi di schiena alla mangiatoia - il fiato del bue e asinello insieme. Sudore, spinte, rincorse, contrazioni, in ginocchio. Morsi alle labbra e un soffio, poi fuori, eccolo, la testa, un singhiozzo e via, lo afferra al volo poi lo alza per i piedi, fa mosse esperte quasi a conoscerle. È maschio, taglia il cordone, fa un nodo da sarto e strofina il corpo in acqua e sale, lo annusa, - "sei un dattero, più frutto che figlio" - lo lecca e gli ascolta il cuore, lo vede somigliare a Giuseppe e lo attacca al seno. Il bimbo è solo suo, di notte. Maria Madre esprime il pensiero che questa simbiosi duri per sempre. Lei e suo figlio, realizza che non lo è; Giuseppe e gli altri arriveranno e sarà di tutti, figlio del mondo. "Domani avrai il tuo giorno che avrà luce e ombra. Sogna che il tuo indirizzo è ancora lì dentro di me. Ora dormi figlio mio che in sogno ci potrai tornare sempre".

Nina Tarantino