giovedì 28 aprile 2016

Palazzo Conte Federico

Arrivo a Villa Bonanno mentre il coro dei bambini intona La vita è bella; ho appena superato le Case Romane i cui pavimenti a mosaico fanno bella mostra di sé tra le palme a pochi metri dalla fossa granaio del '500. Raggiungo il sagrato della Cattedrale dove si esibisce il coro. Le voci mi arrivano argentine e… sì… è proprio vero, la vita è bella. Lo è perché basta una manifestazione cittadina per creare aggregazione e scoprire tante cose che sebbene tu (cioè io) sia nata e cresciuta in questa città e dichiari quotidianamente di amarla con i suoi pregi (tanti) e i suoi difetti (altrettanti) scopri di non saperne abbastanza. 
Ascolto il pezzo, lo registro con il cellulare e lo condivido subito con chi, per pigrizia, non ha voluto seguirmi. 
L’evento di cui parlo e La via dei librai, organizzato in occasione della giornata del libro e del diritto d’autore, fortemente voluta da varie associazioni come Wish, Cassaro alto, Albergheria e Ars Nova, e alla quale hanno aderito piccole Case editrici indipendenti, appassionati di scrittura e creatori di blog letterari, scesi in campo per provare a raggiungere chi ha smesso di leggere e quindi anche di sognare, sperare, capire e soprattutto creare. Creare alternative, cimentarsi nel nuovo facendo leva sul fatto che il mondo può andare avanti solo così. 
Mi addentro tra le bancarelle mentre cerco gli amici di Apertura a Strappo, il blog del quale anch’io faccio parte e che, inseguendo l’ideale cui ho appena accennato, crea, crea e crea. 
Crea ogni giorno piccoli racconti che diffonde per via telematica narrando di tutto, provando ad informare la gente di ciò che le accade intorno, magari con scritti ironici, allusivi o decisamente provocatori. 
Sono all’altezza di Via Protonotaro e un ragazzo dal portamento elegante mi porge una locandina dicendomi che alle 11,00 sarà possibile visitare Palazzo Conte Federico. La notizia mi sorprende, quello che so a malapena di questo Palazzo è che esiste. Punto. 
Sono sola e questo genere di visite, per mia abitudine, le faccio con amici, ma… penso… quando mi ricapita?
La vita è bella anche per questo, perché se non cammini non saprai mai chi incontrerai sulla tua strada.
Ma quando mi ricapita? me lo sono già ripetuto tre volte e allora vuol dire che, se me lo perdo adesso, magari, non ci sarà più l’occasione; perché è così, lo so, sarà più facile progettare di rivedere il Louvre oppure il Bardo di Tunisi che non questo “mio” palazzo cittadino del quale non so praticamente nulla.
Ok, ormai ho deciso, opto per il palazzo. Mi addentro per il vicolo indicatomi, ma non lo trovo, chiedo informazioni ma nessuno lo conosce e questo perché nello strettissimo vicolo e da una facciata del tutto anonima non si può immaginare che quello sia ciò che È: Palazzo Conte Federico.
Aspetto una decina di minuti che si componga il gruppo visitatori e scopro che a farci da guida sarà il ragazzo che mi ha dato la locandina nonché il giovane conte Federico. Waooo! 
La sua famiglia discende da Federico d’Antiochia figlio illegittimo di Federico II e si occupa personalmente di accompagnare i visitatori. Ad accoglierci all’ingresso troviamo, infatti, anche la giovane madre; una signora bionda, esile con un sorriso accogliente capace di mette subito a proprio agio e che si occuperà dei turisti di lingua straniera.   
Il Palazzo è un autentico scrigno, contiene i mille tesori della Palermo Felice. Affonda le sue origini nelle mura che cinsero la città quando ancora era abbracciata dai fiumi Kemonia e Papireto. La sua estensione va da una torre normanna del XII sec. alle sale con i tetti a cassettone risalenti al ‘400 fino ai saloni settecenteschi con i soffitti riccamente dipinti dal Serenari e il D’Anna. 
Stanze che ospitarono Garibaldi, le “motivazioni” massoniche, i balli gattopardeschi, ma anche Giuseppe Verdi e Wagner. Inoltre, sulle pareti spiccano foto che ricordano la mitica Targa Florio che il nonno della nostra guida organizzava con l'amico e ideatore, Vincenzo Florio.  
Sono in bella mostra anche tante medaglie e sui mobili, in fila, decine di coppe, e poi i quadri che raffigurano le otto generazioni che si sono succedute nella residenza e foto di vita più recente come quella con Emanuele Filiberto di Savoia. Non mancano le collezioni di armi, le armature e le ceramiche e i ritratti di chi partecipò ai Vespri Siciliani e poi gli stemmi dei casati che, nella Sicilia antica, hanno combattuto guerre e sancito matrimoni... Impossibile stilare una lista, ai più sembrerebbe solo l’inventario di un museo in allestimento.
Eppure oltre tutto questo, ciò che mi ha davvero stupito è che i nobili Federico mostrino al visitatore un modo di vivere all’insegna di conquiste. 
Il palazzo è ricco di trofei che indicano come la vera conquista risieda nel modo in cui si decide di vivere. Importante è sapersi misurare con se stessi, con il proprio talento.
Sì, è questo che mi hanno suggerito i premi per le vittorie nelle gare d’auto (del conte Alessandro) o di nuoto (della moglie, grande sportiva nonché cantante lirica) ed è per la somma di tutto quanto che Palazzo Conte Federico, in definitiva, non è solo una casa museo, non è semplicemente un palazzo nobiliare, non è neppure un mausoleo dove sia stata sigillata un’epoca, è al contrario un lungo viaggio nella storia, la loro, ma sorprendentemente anche la nostra.
Uscendo scatto un ultima foto a una Ferrari degli anni 60, è proprietà del Conte Alessandro ed è posteggiata nell’androne che progettò il Marvuglia.  

Adelaide Jole Pellitteri

martedì 26 aprile 2016

Furono belli

Erano belli quando presero le camicie bianche arrotolate sui gomiti, si portarono indietro i capelli lucidi di brillantina. 
Avevano grandi sorrisi e una rosa rossa. Erano belli mentre correvano vocianti e le strade vuote si riempivano. E' finita. E' finita. Lanciarono in aria i cappelli e le giacchette superstiti. Correvano insieme ai carri degli alleati, pioveva la gomma americana, la cioccolata che colorava le guance alle ragazze. 
Fu una festa. Passarono alla storia. Furono belli quando strinsero le donne baciandole e ballarono, furono belli quando lanciarono in aria i figli. 
Furono belli quando mangiarono e per la fame si ingozzarono. 
Furono meno belli quando fermarono il convoglio e per quell'oro uccisero occultandolo. Massacrarono.
Lasciando ad alcuni la vendetta, l'odio che aveva nutrito i loro lombi, quando braccati, preda di ludibrio e malvagità, erano stati prigionieri e scritto le loro lettere dalla Resistenza, senza invocare grazia e pietà. Lasciarono a questi la vendetta, fare a brandelli i mandanti, deformandone il viso. Strappare alla puttana la camicetta e le perle, la giacca e la gonna. Frugarono tra le sue cosce e si levarono ogni sfizio. 
Mentre altri destinarono all'oro l'attenzione beffarda. Uccidendo senza giudizio
Furono belli mentre danzarono in strada.
Furono Repubblica. E finanziarono i partiti.

Clotilde Alizzi

martedì 12 aprile 2016

Cattedrale, di Raymond Carver

C’è un bioparco e ci sono i lettori. Ci si arriva in maniera graduale: l’elemento esotico che caratterizza il paesaggio svanisce, e tutti i palazzi, i contenitori del bello e del brutto, perfino un pavone dentro un soggiorno cessa di essere interessante. Le dinamiche della scrittura carveriana vengono continuamente sottoposte ad una notevole indifferenza per la vita, un albero che divide in due un veicolo è destinato a rimanere lì, e sviluppare frutti in orizzontale. Nel racconto Una cosa piccola ma buona l’attaccamento dei genitori per il figlio che viene investito da un pirata della strada è subordinato all’insistenza del pasticciere che alza la cornetta e compone, in maniera quasi convulsiva, il numero dei coniugi. Seguono parole poco piacevoli, deliri e una verità che viene spezzettata, a cui non si vuole credere. Non c’è posto per i miracoli. Lo specchio sul quale facciamo affidamento è evidente nella rappresentazione di una catarsi alternativa, fuori da ogni comune intendimento. E’ la convulsione della letteratura, o di uno spasmo emotivo che ti porta lontano. Le sequenze sono ambigue e tempestate di flashback che sembrano tracciare un compromesso tra la situazione attuale (sempre peggiore) dei personaggi e quella passata. Che aspetto ha una cattedrale? E’ il peso del buio e di una mano che cerca di interpretarlo. Il paesaggio letterario dell’ultimo ventennio è tutto suo; scorre sempre la retorica della Lish Operation o, per meglio dire, il massiccio editing che Gordon Lish, editor dello stesso Carver, adoperò a più della metà delle opere. E’ lecito affermare, in ogni caso, che non si tratta di un autore mutilato. Ma questa è un’altra storia. Quello che è doveroso affermare, lo troviamo nella pagine nude che si sovrappongono. Carver scrive di vite tagliate a metà: spetta al mondo ritrovare l’altra parte.


Emanuele ScadutoCon Carver si sta bene. <<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<

venerdì 8 aprile 2016

Accabadora di Michela Murgia - recensione

Colei che finisce, in sardo. 
Accabadora era una persona che veniva chiamata dai familiari di un malato per porre fine alla sua vita. Sulla sua figura aleggiano miti e notizie storiche fondate su tradizioni popolari della Sardegna durante gli anni cinquanta.
Ci sono posti dove la verità e il parere della maggioranza sono due concetti sovrapponibili. C'è chi racconta fosse una donna tutta vestita di nero con un velo in testa, non un'assassina ma una che come opera di bene liberava i poveri malati e le famiglie dalla sventura del dolore e della malattia; interrompeva la loro agonia con un colpo fermo sulla fronte di mazzolu (era un bastone particolare costruito appositamente per compiere questi atti pietosi ) o lo soffocava con un cuscino. C'è chi dice che la stessa persona fosse chiamata anche per fare nascere i bambini, da qui il soprannome di ultima madre, e si distingueva dal colore dell'abito che indossava, bianco o nero. Una mescolanza di pensieri tra vita e morte che si fondono in un cerchio continuo in cui girano tradizione e cultura dei popoli. Un libro sull'eutanasia e il testamento biologico, tra mito e antropologiche realtà tramandate. Acabar vuol dire finire anche in spagnolo. Le colpe esistono solo se vengono palesate agli altri, di nascosto non trovano terreno fertile. Un libro sulla costruzione della fragile normalità, la famelica curiosità umana, l'eutanasia, l'adozione. I figli sono di chi li sceglie, di chi li cresce e non sempre corrisponde a chi li genera o partorisce. La vita e la morte, piacere denso simile a dolore in bocca, l'amore per la terra che se muori per lei diventa tua, per forza la tua. 
"Come gli occhi della civetta, ci sono pensieri che non sopportano la luce piena. Non possono nascere che di notte...". La notte porta consiglio, la notte porta la notte e basta! E con Accabadora la fine! 
La morte.


Nina Tarantino







mercoledì 6 aprile 2016

Annamaria Fricano, la leggenda di Colapesce

La leggenda di Colapesce

La genti lu chiamava Colapisci
pirchì stava 'nto mari comu 'npisci
dunni vinia non lu sapia nissunu
fors' era figghiu di lu Diu Nittunu.
'Ngnornu a Cola u re fici chiamari
e Cola di lu mari curri e veni.
O Cola lu me regnu a scandagghiari
supra cchi pidamentu si susteni
Colapisci curri e và.
Vaiu e tornu maestà.
Cussì si jetta a mari Colapisci
e sutta l'unni subitu sparisci
ma dopu 'npocu, chistà novità
a lu rignanti Colapisci dà.
Maestà li terri vostri
stannu supra a tri pilastri
e lu fattu assai trimennu,
unu già si stà rumpennu.

O destinu miu infelici
chi sventura mi predici.

Chianci u re, com'haiu a fari
sulu tu mi poi sarvari.
Su passati tanti jorna
Colapisci non ritorna
e l'aspettunu a marina
lu rignanti e la rigina.
Poi si senti la sò vuci
di lu mari 'nsuperfici.

Maestà! ccà sugnu, ccà
Maestà ccà sugnu ccà.
'nta lu funnu di lu mari
ca non pozzu cchiù turnari
vui priati la Madonna
staiu riggennu culonna
ca sinnò si spezzerà
e la Sicilia sparirà.

Su passati tanti anni 
Colapisci è sempri ddà
Maestà! Maestà!
Colapisci è sempri ddà

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Annamaria Fricano, diplomata in decorazione all'Accademia di Belle Arti di Palermo e attualmente studentessa all'Accademia di Belle Arti di Brera, Milano.