lunedì 29 febbraio 2016

A piazza Marina


Piazza Marina…. siamo qui
Siamo all’angolo, accanto alla chiesa di S. Giovanni dei Napoletani, con stucchi del Serpotta, 1526-1617. 
Questa volta niente scale. Il sole è arrivato caldo e prepotente, ho già tolto il cappello e a poco a poco penso di alleggerirmi della sciarpa.
Di fronte a me, anzi al mio lato sinistro la Chiesa della Catena ( o delle catene, tanto nella vita, sono sempre numerose). Tante persone che passano, salutano, si fermano, e poi ripartono senza acquisto alcuno.
 E questo non è bene. Anzi. Finalmente ho preso penna e foglietto e ho scritto i prezzi dei quadernetti artistici di CasaWoolf neonata. Da Apertura a strappo che sa di lattina e passata di pomodoro  o tonno e caponata ecco salire di grado e di livello.
Ci accostiamo timidamente ad una scrittrice non comune né compresa, forse nemmeno da se stessa né amata né accettata.
 E’ questo il dramma maggiore: non andare d’accordo con il proprio io, con il proprio corpo, esile e pur ingombrante, sinuoso e formoso ma considerato deforme.
Con gli altri è meno drammatico, ti puoi allontanare da loro, da tutti, ma da te stesso il problema è di non facile soluzione.
Suicidio? O farsi  ammazzare attraversando la strada anche sulle strisce pedonali, più rischioso di un viaggio in Afghanistan, o ancora meglio bloccare l’autostrada se non ci ha pensato l’Anas. Ma sempre suicidio è. Mah.
L’aria è frizzantina, ho rimesso il cappello, non ho più tolto la sciarpa.
Trattengo dignitosamente la pipì che minaccia di uscire. 
Ecco l’aspetto negativo della questione vendita-piazza, avere un’autonomia di poche ore. Dalle 8.30 alle 11.30 e già siamo a mezzogiorno. 
Ebbene dovrei andare alla ricerca di un bar, di un WC.
Perché non hanno ancora inventato quelli portatili come il PC?  

Maria Letizia Mineo

venerdì 26 febbraio 2016

Siamo tutti coinvolti - I bagheresi vergini


Mi sono stufata di leggere lettere mielose di dissenso;  tutti a decantare le grandi potenzialità di questa cittadina che è stata offesa dal comportamento di un Sindaco che si è fatto sbattere su tutti i giornali della nazione, per aver mentito, per aver avuto comportamenti non consoni al suo ruolo di Sindaco, per aver rivolto parole impronunciabili – ridicolo -  dato che è un bagherese per bene, addirittura un pubblico ufficiale. Strano che in queste lettere che trasudano  perbenismo spicciolo, superficiale,  non venga fatto cenno alla fatica che si è assunto il giovane ragazzo di trent’anni  che si è messo al timone di questa nave ormai alla deriva, con tanti aspiranti capitani e nessuno veramente capace di smuoverla dalla palude in cui è incagliata.
 La verità è che neppure era riuscita a salpare, in quanto faceva acqua da tutte le parti per le sue numerose falle, che subito è stata assalita da coloro che , in un modo o nell’altro, erano rimasti a riva a guardare, e tutti ad affilare le armi per iniziare l’arrembaggio,  una battaglia che non intendeva risparmiargli colpi; figurarsi se qualcuno era disposto a cedere per il bene di questa città che era cittadella assediata.
Quelle lettere che prendono le distanze dalle cose "sgradevoli" che avvengono in questa città mi sembrano delle ipocrisie, un modo per mettersi al disopra e al difuori; io invece penso che siamo sempre tutti coinvolti, anche quelli che se ne stanno rinchiusi nelle loro case, anche coloro che non ci hanno mai messo un dito;  il coinvolgimento, è risaputo, prima di tutto nasce dal fatto che dei fatti passati abbiamo accettato le conseguenze senza parlare,  ci faceva comodo, e non abbiamo mai scritto lettere così cariche di disprezzo per quegli individui.  Forse  che essi  non erano sotto la luce del sole ( e dei riflettori)? Chi l’ha fatto si è buscato querele.  Abbiamo convissuto all'ombra di misfatti efferati, con padrini e affini, forse che non ci coinvolgevano personalmente ?
In seconda , il coinvolgimento nasce dal fatto che molti nostri comportamenti  sono illegali e fuori dalle regole e non ci poniamo il problema di capire almeno il perché, se possiamo porvi rimedio, se possiamo cambiarle queste regole, o forse, se possiamo cambiare noi.
 Ora abbiamo affidato la guida della città ( scaricandoci spalle e coscienza) a un giovane di 30 anni, ci meravigliamo che lui non accetti le “regole" e si comporti in modo insolito e a volte inappropriato al suo ruolo di Sindaco. Mi è sembrato di capire che lui intendesse rompere con le apparenze, con le “correttezze” di facciata e si è dato in pasto alla opinione pubblica decantando le sue intenzioni di rompere con talune procedure;  insomma, ha provato a sperimentare un “metodo”. Abbiamo capito insieme a lui che non funziona e lo invitiamo, ancora una volta, a provare ad essere un po’ più ortodosso, sperando che questo lo renda  non tanto più “ presentabile” alla platea dei suoi giudici, ma più efficace nel suo lavoro.
Io mi preoccupo;  soprattutto mi preoccupo  del fatto che quando prova a mettere mano ai problemi  trova ostacoli enormi di tipo politico, che nonostante la legge gli imponga di prendersi tutte le responsabilità non abbia poi la libertà di fare le scelte che ritiene più opportune, che nell'opposizione consiliare trova solo "opposizione" e ostacoli. E spero, spero in una riconciliazione con coloro che devono collaborare con lui, una presa di coscienza: dimenticatevi che questo Sindaco viene dal M5S e pensate invece che dobbiamo rimettere in piedi questa barca che traballa, diamo tutti una spinta, quella giusta, per rimetterla in viaggio.

Bagheria è la sua città, come è la nostra, e se noi non ci sentiamo a nostro agio, ora più consapevoli e disposti a cambiare come sembriamo essere tutti quanti, a leggere queste lettere,  sicuramente non può sentirsi a suo agio, lui, messo al timone di una città come la nostra, il ragazzo di trent’anni che ne ha assunto il ruolo di Sindaco. Inutile far finta che da noi è”come in qualsiasi altro posto”, da noi non basta un atto amministrativo per fare scorrere tutto il processo; da noi è diverso;  perché non possiamo dimenticarci che nelle nostre contrade, a sintesi di tutto, esiste un posto chiamato ICRE : il volto più crudele e, non possiamo negarlo ancora, il volto più vero di questo territorio.

Come al solito ho parlato troppo; ma volevo condividere con voi questa mia riflessione.

Rosa La Camera

Letti per tutti: Leccarsi i diti, uno sì uno no

Sandro Camilleri
LECCARSI I DITI, UNO SÌ UNO NO
pagine 111, brossura dispari, 
Stordito editore, 2016.

Di tutte le bizzarrie letterarie a cui ci ha abituati, questa ultima fatica di Camilleri (Sandro, cugino bizzarro che continua nonostante tutto a scrivere e pubblicare i suoi libri bizzarri, n.d.r.) raggiunge uno dei suoi picchi più alti.
Come lettori ci si trova spiazzati di fronte a un libro composto da sole pagine dispari, e già dal titolo Leccarsi i diti, uno sì uno no avremmo dovuto intuirlo. Il coraggio di rompere gli schemi (e non solo) dell’editoria convenzionale, di lasciare liberi i cavalli della fantasia, non si capisce quanto intenzionalmente, destabilizzando chi legge chi stampa chi scrive, ha fatto di Camilleri (però Sandro) e del suo editore Stordito due figure imprescindibili dal panorama editoriale dell’editoria panoramica.
Detto per inciso, l’editore Pietro Stordito, ultimo di sedici rampolli di una famiglia di caratteristi, cresciuto a pantone e fotolito, estimatore sfegatato del fegato alla veneziana e degli accendini a gas di forma inconsueta, si è trovato più volte quasi a superare l’autore nell’originalità delle soluzioni tipografiche, sfiorando il rischio di rendere inutile la figura stessa di Camilleri (sempre Sandro), ma veniamo ai fatti.
L’ispettore Montalcino si ritrova faccia a faccia con un ex-ladro che ha fatto arrestare qualche anno prima. S’incontrano in un piccolo bar alla periferia di una cittadina di provincia, non importa quale. Camilleri (Sandro, il cugino) quasi mai si dilunga in dettagli geografici, tende anzi alla vaghezza topografica con l’intento, riteniamo, di lasciare al lettore un ampio margine di collocazione della vicenda, come viene più comodo, in base al proprio luogo di residenza e alle proprie preferenze di geografia. Ma torniamo alla storia.

martedì 23 febbraio 2016

La sposa puttana

“Teodora del postribolo”: così mi chiamano a Bisanzio per denigrarmi dopo che da mima sono stata elevata al rango di Augusta. 
Sono stata nei bordelli delle città dell'impero, ho goduto e fatto godere stuoli di uomini, ho danzato ed eccitato l'imperatore e la sua corte, li ho costretti ad inchinarsi di fronte a me.
Ho obbligato il mio sposo a scendere a compromessi con le eresie, l'ho guidato nella stesura del codice delle leggi, l'ho accompagnato all'ippodromo e alle cerimonie, l'ho affiancato nelle raffigurazioni dei mosaici, dove domino i miei sudditi con lo sguardo.
Di me hanno detto che sono ambiziosa, crudele, dissoluta; ho decretato la morte di papi e dignitari, ho deciso di guerre e carestie, ma sono stata la sposa puttana più amata, la sovrana che tutti hanno invidiato perchè “il trono è un glorioso sepolto e la porpora è il miglior sudario”.

Isabella Raccuglia

sabato 20 febbraio 2016

La tesi con Eco

Da ieri sera passano sul web e sugli altri mezzi di comunicazione alcuni frammenti di interviste ad Umberto Eco che è morto ieri a 84 anni; a parte il fatto che, quando muoiono certe persone, che hai conosciuto e che hanno accompagnato la tua vita ti senti morire anche tu un poco, volevo commentare una delle sue affermazioni; quella che la memoria è , in sostanza, la polpa del nostro essere, l’anima, quella cosa, appunto che ci “anima”, ci fa muovere e esistere nel mondo; e che dunque senza memoria saremmo gusci vuoti;  è sicuro che lui si riferisce, non solamente alla memoria individuale, ma anche a quella collettiva che ci fa, tutti insieme “anima del mondo”. Ci sono, comunque, ricordi che uniscono e ricordi che separano, quest’ultimi sono secondo me elaborazioni che necessariamente si legano al tempo e allo spazio, alla contingenza, e alla possibilità di ognuno di noi di scegliere i propri punti di approdo e di riferimento. C’è un altro inghippo in questa cosa: le mediazioni che necessariamente si pongono fra noi e le cose, fra noi e la realtà, quando questa non la viviamo in prima persona, ma da lontano; la cosa è addirittura molto più complicata di come io la pongo; anche la cultura accumulata nelle cose che ci circondano possono mentirci a volte, quando alcune cose che noi facciamo smettono di essere quello che noi intendevamo fossero e diventano altro; ad esempio quando le opere d’arte  smettono di essere solo arte e diventano merce. 
La memoria subisce delle suggestioni che non sempre aiutano, non contribuiscono a fare della memoria un patrimonio necessario a cui attingere; qualcosa di sicuro e di prezioso, come invece può essere la memoria personale, nostra, della nostra famiglia, quella memoria che, più di ogni altra esperienza, ci rende persone pensanti individualmente.  Su questo però volevo dire qualcosa: credo che la memoria non basti, non è sufficiente a renderci persone “animate”, in quanto la memoria può passare su di noi, a volte, senza entrarci dentro; proprio come l’acqua che scorre su una superficie liscia e impermeabile; non sono in grado di dire che cosa sia, anche se un’idea me la sono fatta e potrei anche fare riferimenti scientifici a riguardo: c’entra quello che chiamiamo “carattere”, una specie di scorza più o meno porosa che accoglie le nostre impressioni e le elabora in modo individuale contribuendo a rendere ciascuno di noi persone  assolutamente “uniche” . 
Penso anch'io che la memoria sia la nostra anima; un’anima che difficilmente però può essere pacificata; essa è invece il luogo dei tormenti. Essa è il luogo degli scontri tra le innumerevoli impressioni che ci giungono dal mondo che ci contiene; le mille spade che da bambina vedevo conficcate nel cuore della Madonna la notte del venerdì Santo, quando mia madre restava in veglia con le sue amiche a pregare fino all’alba; lei, inconsapevole di farlo a nome di tutti noi, dedicava quella veglia al suo figlio andato a lavorare in una terra straniera, lontano.

P.S.
Ringrazio Umberto Eco per avermi stamani ispirato questa riflessione, come d’altronde ha fatto in diverse occasioni.  Come tanti di voi, il primo libro che ho letto di Eco fu “Il nome della rosa”. Poco tempo dopo, trovandomi a Cambridge, assistetti ad una grande esposizione del suo libro tradotto in inglese all’Università; trovandomi lì per programmare la mia tesi di laurea, mi ero messa in testa di incontrarlo, ma dopo due giorni di vana attesa dovetti accontentarmi di leggere qualche suo suggerimento (che poi non seguii, per varie ragioni) tratto da un suo libro “Come si fa una tesi di Laurea”
Molti anni dopo ho finalmente letto “Il pendolo di Foucault “ uno dei libri che mi arrivò in casa con mio marito quando mi sposai, ma che nessuno dei due osava leggere; scelsi il momento migliore, durante la mia fase  di “ritorno alla spiritualità” , ma dopo aver letto “Dona Flor e i suoi due mariti” del brasiliano Jorge Amado che mi aveva fatto conoscere in modo gioioso la religiosità animistica del sud America; due libri diversissimi, ma che avevano in comune, secondo me, molte cose, primo fra tutti l’ironia, il Brasile ( un po’ per quanto riguarda Eco) e  quel discorso, fra l’ironico e il faceto sulle cose spirituali.
Ad Umberto Eco, un grazie, nonostante tutto.

Rosa La Camera

venerdì 19 febbraio 2016

LE SCIACALLE - puntata 18 - U SINNACU RABBIUSU

LE SCIACALLE stamattina sono andate in Piazza matrice ad intervistare gli anziani che prendono il sole nelle panchine:

Cosa ne pensa di questa storia del Sindaco che in una pausa del Consiglio Comunale  ha urlato ad uno che  gli avrebbe “strappato il cuore”?
Avemu un Sinnacu rabbiusu, chi cosa ci putemu fari; s’adduma comu un cirinu. Chi raggia! Ci tuccaru i picciriddi e s’arraggiò.

Lei va mai ad assistere ai Consigli, cosa ne pensa?
Io, na vota ci ava, quannu ruravanu tri ghiorna, tutti parravanu un’ura l’unu e si purtavanu a casa una sacchetta ri picciuli.

E lei perché ci andava?
Io ci iva pi duormiri, cà a casa un putia pigghiari suonnu e dà rurmivari bellu. Ni cuntavanu u cuntu e nuatri rurmivamu.

Ah, lei dice che raccontavano storie, e i problemi, come li affrontavano?
Propremi c’erano e ristavanu , u ni tuccavanu nuddu, anzi, ni facivanu autri novi.

A questo Sindaco lei che sembra a vere tanta esperienza, cosa consiglierebbe?
Io ci consiglierei di fassi una bella durmuta, ca certo avi assai chi non dorme, e poi ci ricissi ri manciarisillu u cuori , chiddu di crastu , ‘na cosa speciali! Senti: tri cipuddi tagliati a sfrinzi , fritti na’ l’ogghiu, ci etta u cuori a pezzi e anticchia ri vinubiancu, o russu – u stesso je  - avi a sfumari, avi a cociri mezz’ura, e po’ su mancia.
E nn’arisittamu puru ca tutti sti televisioni ci stannu scassannu i cabbasisi, ca uno mancu è libero di sputari ntierra ca da Milano ti pigghianu pi puarcu.


Rosa La CAMERA

Le tre Bagherie

Esistono almeno tre Bagherie, e due di queste sono altamente nocive.

La prima è la Bagheria nota a tutti per i fatti di mafia: Arancia Connection e scafazzo, Magazzini del ferro definiti Campo di Sterminio (mafiosi squagliati nell’acido dopo essere stati strangolati), edilizia selvaggia su grande scala, traffico di droga.

La seconda è la Bagheria dell’antimafia, degli intellettuali che non fanno nulla per combattere la mafia, che non si espongono pubblicamente ma solo nel cesso di casa loro. Alcuni di questi partecipano, di tanto in tanto, a degli eventi, ma fanno solo fuffa, non aiutano nel processo di rielaborazione necessario per sconfiggere la mafia. Questi spesso alterano le notizie. Alcuni per loro natura si muovono tra bar e corridoi, altri provano arrampicate in cui gli altri sono solo gradini per arrivare un po’ più in alto.
Alcuni di questi coniano slogan, tipo Il silenzio è dolo, che hanno lo stesso valore di quel "La mafia fa schifo" che fu la più grande furbacchionata mediatica di Totò Cuffaro (avesse scritto Cosa Nostra allora i mafiosi sì che si sarebbero offesi).
Tanti di questi pensano che fare antimafia sia mettere degli studenti a ballare lungo il corso o passeggiare per via Vallone De Spuches. Magari con Giovanni Avanti (già indagato a quei tempi) in cima al corteo.

La terza è la Bagheria dei cittadini attivi, quelli che pensano di poter consegnare ai loro figli una cittadina migliore, magari onesta.

Le IENE non hanno mostrato nessuna delle tre Bagherie.
I filo-Iene ancora peggio, hanno offerto alle IENE un dettaglio di Bagheria che non rappresenta il tutto (curò, va sturiati Arnheim).
Hanno fatto solo politica anti-M5S, come se bastasse ad aggiustare le cose.
Al di là delle idee politiche che ognuno ha, noi vogliamo che si dica esattamente cosa è Bagheria, quale il suo passato, quali le ricette per il futuro.

Bagheria è triplice. Ogni espressione che ne dimentica una, è menzognera (nemmeno parziale).

Giorgio D'Amato

LE SCIACALLE - puntata nr 17 - LE CRONACHE DEL CUORE STRAPPATO

La vicenda del cuore:
il netturbino incazzato, dopo aver tentato di accoltellare l'ex-sindaco, insulta Cinque, gli minaccia i nipoti. Cinque replica in consiglio comunale la frase famosa "Ti strappo il cuore".
Repubblica Palermo riporta solo la frase famosa - articolo dello specialista dell'antimafia da selfie Ismaele La Vardera.
Il TG1 riporta il video con la frase.
BagheriaNews parla di sindaco che perde i nervi contro l'ex-netturbino - solito Angelo Gargano che dimentica qualcosa.
La Voce di Bagheria riporta che:

L’ex netturbino, il quale già in passato ha quasi accoltellato il precedente sindaco, dopo mesi e mesi di offese, appostamenti, avvicinamenti, durante la pausa di un consiglio comunale mi ricordava che “ho dei nipotini”.

Martino Grasso in questo round mi pare l'unico giornalista serio.
Per il resto, fuffa di parte.

Giorgio D'AMATO

giovedì 18 febbraio 2016

LE SCIACALLE - puntata nr 16 - I COMMENTI SPARITI

LE SCIACALLE scoprono altre verità scomode.
Questo pomeriggio, in un post di Ismaele La Vardera dedicato a Cinque Patrizio, argomento "Ti strappo il cuore" (ca parissi la vendetta di Susanna Tamaro), sparirono diversi commenti).
Il post diceva che il sindaco usò queste palore durante il consiglio comunale.
I commenti spariti dicevano cose di queste, 
1. attipo che Ismaele prima dice che IL SILENZIO E' DOLO, e poi, appena Cinque fa il nome dei MIOSI, iddo lo sfotte. 
2. attipo sei un antimafioso tipico che ne fanno una, poi, dopo che c'hanno la nomina, si va curcano.
3. attipo che u sinnacu disse quelle palore perchè ci avevano minacciato a famigghia.
Insomma.
Al di là di quello che c'era scritto, iddo si vantava di non cancellare i commenti.
A me, per esempio, mi bloccò.

Ancora una verità scomoda da LE SCIACALLE.

Giorgio D'Amato



LE SCIACALLE - puntata nr 15 - L'ANTIMAFIA DEI SELFIE

Lo abbiamo scoperto in questi giorni.
Agli affiliati di Cosa Nostra delle inchieste, dei maxiprocessi, dei pentiti, non ce ne fotte una minchia.
Quando uno comincia a parlare, attipo i pentiti, iddi si grattano i zebedei.
Quando qualcuno indaga, iddi si fannu quattro risate.
Una cosa che ci da veramente fastidio agli affiliati di Cosa Nostra sono i selfie.
A farli fossero alcuni pericolosi esponenti della cultura del territorio che hanno capito qual è il fianco debole della mafia.
Che 'u zzù Binnu ce lo ha fatto sapere, a nuatri questi che si fanno i selfie ci fanno venire u duluri ri panza. 
Che prossimamente a questi che producono i telefoni ca fanno i selfie, ci metteremo la bomba.
Accussì è.
Accussì disse.
Accussì noi riportiamo.
Da LE SCIACALLE ancora una verità scomoda.

Giorgio D'Amato

mercoledì 17 febbraio 2016

Il compagno Beppe e la pantera

Il compagno Beppe stasera si è fatto la doccia. Di solito no, lui la fa solo la mattina e a quest’ora già indosserebbe il piagiamone di flanella.
Ha indossato il completo gessato e pure il cravattone. Un tempo si sarebbe messo la cosa più sfasciata del suo armadio, che so, i pantaloni col culo rappezzato. Stasera no, il compagno Beppe ha una serata importante. Dopo vent'anni c’è un incontro commemorativo. Si parla della Pantera.
Il compagno Beppe era tra le punte del movimento.
Bei tempi. Si progettava il mondo allora.
I giovani di oggi no, sono vuoti. Che ne sanno loro della Pantera, di come allora la Pantera bloccò una legge in Parlamento, la legge Ruberti, quella che voleva aziendalizzare le università.
Il compagno Beppe e i suoi compagni di allora stasera parlano di come andarono le cose, ognuno ricorda un episodio.
Chi dice che i murales nella facoltà di architettura erano opere da museo d’arte moderna, chi parla invece delle infestazioni (termine che stava ad intendere l’uso di organizzare feste pur di avere gente disposta ad occupare e non tornare a casa per Natale). Si scopava allora, sì che si scopava, dice uno che ad occhio e croce dovrebbe avere quarant’anni ma ne dimostra dieci in più.
Abbiamo lasciato un segno nella storia eppure quasi nessuno  ricorda la forza di questo primo vero movimento giovanile dopo il ’68 e il ’77. Che poi la Pantera meriterebbe più visibilità. Il fatto è, dice il compagno Beppe, che di Pantera non è morto nessuno. Ci fosse scappato il morto, allora sì che  di Pantera se ne parlerebbe ancora.
C’è pure qualche giovane in questo incontro, uno di quelli che sino a due ore fa pensava che la Pantera fosse solo un gatto nero un po’ più cresciuto.
Questo giovane parla, parla pure e dice che l’Università oggi è messa proprio male, e che in Lettere hanno stabilito il numero chiuso e nessuno che alzi un dito.
Il giovane parla e osa pure chiedere: Voi della Pantera, oggi, come vi ponete di fronte ai problemi della società?
I compagni si guardano tra di loro: molti indossano la cravatta, altri hanno rispolverato il giubbotto di jeans ma sino a due ore fa avevano il blazer addosso. C’è imbarazzo. Questa domanda non ci voleva affatto, è impertinente. In fondo la Pantera ha fatto storia una volta e già questo gratifica abbastanza. Questo giovane pretenderebbe che chi ha fatto la Pantera già una volta, si inventi un altro felino? Che so, una lince, un giaguaro… E magari se ne inventi uno per ogni decennio che passa?
Il compagno Beppe che l’aria è pesante lo percepisce bene e allora si fa avanti. Siamo delle braci ardenti, dice il compagno Beppe.

Certo dopo vent’anni che è morta, la Pantera puzza un po’ di carogna. Bisognava immaginarselo…riesumarla non è servito a molto.

Giorgio D'Amato
(40enni, 2005)

In Italia la Pantera fu un movimento studentesco di protesta contro la riforma Ruberti delle università italiane che nacque dall'occupazione dell'Università di Palermo, e in particolare della Facoltà di Lettere e Filosofia, il 6 dicembre 1989 e si estese poi a numerose università italiane fino alla primavera del 1990.

Con un caffè si aggiustano le case abusive - Cose bagheresi

Le sciacalle hanno raccolto una testimonianza che dimostra che non molti anni addietro con i caffè si potessero sanare anche le case abbbusive. È emerso che alcuni edifici rispetto ad altri fossero miracolosamente messi in regola in un fiat. Altri invece sepolti e rimandati alle calende greche. Alcuni funzionari pare soffrissero della sindrome da singhiozzo. La cura? Un beddu scanto? No. Un caffè. Passava u singhiuzzu e la veranda si allargava, la terrazza si spaparanzava al sole un muro si allunga va verso l'alto. Il nostro testimone riferisce che anche lui voleva sanare la sua casa perchè il padre vaccaro prima di schiattare voleva che la casa costruita sul terreno comprato dal padre di suo padre emigrato a farsi il culo in America, fosse in regola. E lui pagò, oblò, si buracrotizzo'. Si recò infine dal funzionario singhiozzante e quando quello alla domanda: ma perché la mia pratica non si muove, rispose con : andiamo a prenderci un caffè? Tutto fu chiaro, ecco perché la sua pratica era immobile, a lui figlio di vaccaro il caffè non piaceva, sempre latte liscio aveva bevuto nella vita sua. I bar erano chiusi, la torrefazione manco a cercarla. Un caffè? E pure corrotto, Ops corretto quello voleva. 
In tre avevano dovuto tenerlo e se qualcuno oggi o Zu Totò ci rici tu pigghi un cafe' ? è megghiu ca si quartia.

Adele Musso

martedì 16 febbraio 2016

LE SCIACALLE - puntata 14 - Intervista doppia: PROVENZANO-LA ROSSA







Quindi nella casa di Gino Di Salvo fu decisa la strage di via D'Amelio?

PROVENZANO: come scrissi in un pizzino a mio compare nr 131, eravamo in salotto, che ogni tanto dda scassacugghiuna ra cammariera, una con i capelli rossi mezza nobile, ci interrompeva per portarci i biscotti, io non ne manciavi, nulla ha da dire sul mio cunto.

LA ROSSA: ricordo perfettamente, erano tutti in stanza da pranzo, avevo appena servito il pecorino a quel grezzone. Tritolo volevano usare, tritolo. Lo scriva.

Hai mai conosciuto Provenzano?

LA ROSSA: quel crasto mi futtieva l'asparagi, che la frittata ero costretta a farmela chi patati.

Hai mai conosciuto LA ROSSA?

PROVENZANO: direttamente no, so solo che serviva le pietanze a casa di Ginuzzu 'i Saibbo, modestamente di Cosa Nostra ne sapi chiossà idda che nuatri.


Quando avete fatto per la prima volta l'amore?

PROVENZANO: intende con una pecora o con una donna?

LA ROSSA: intende con Provenzano?

Salutate l'altro!

PROVENZANO: se ci mettesse un poco di fumiere nel tirreno, i asparagi ti crescessero meglio.

LA ROSSA: quel vastaso? se ne andò senza salutarmi. Manco grazie mi disse.


Giorgio D'Amato

LE SCIACALLE - puntata 13 - VERITA' SCOMODE IN FATTO DI EDILIZIA

Non ce lo immaginavamo per nulla.
Mignazza, ciato di madre e vogghio dire!
Non solo il boss Ginuzzu 'u Saibbo, ma anche Patrizio Cinque, hanno una casa - una di quelle cose fatte con i pilastri e con il cemento, pure con i mattoni.
Case scomodissime - quella di Cinque sembrerebbe senza ascensore, l'altra invece caldissima, arroventata, tant'è che Ginuzzu cammina a petto nudo per traspirare un po' di più. Forse per scansare una casa troppo calda oggi si trova al fresco? Probabilmente.
Intanto il boss Ginuzzu dovrebbe querelare LE IENE, che a saperlo si metteva un pantaloncino più grazioso. Ma giusto è essere tirati in ballo con la pancia di fuori?
Che una cosa è essere condannati per storie di mafia, altro è essere sputtanati in questo modo.
Ma la verità viene sempre a galla, soprattutto se scomoda (vero, curo?): dalla foto si desume che senz'altro il boss è un po' soprappeso, troppa panza; noi de Le Sciacalle deduciamo che il boss è certamente privo di un pavimento pelvico che possa reggere la prostata.
E intanto attendiamo notizie su dove fu discussa la strage di via D'Amelio, in salotto o in stanza da pranzo?
LE SCIACALLE: sempre in prima linea nella controinformazione!!!

Giorgio D'Amato

lunedì 15 febbraio 2016

LE SCIACALLE SCOPRONO DELLE VERITA' SCOMODE SU GIULIO GOLIA

Le SCIACALLE quando indagano scoprono sempre grandi cose.
Dopo i fatti di Bagheria in cui LE IENE hanno svelato grandi magagne della gestione M5S, le SCIACALLE si sono attivate e hanno scoperto che il programma LE IENE va in onda su ITALIA UNO.
Da un informatore hanno saputo che l'emittente televisiva ITALIA UNO apparterrebbe nientepocodimenoche a Silvio Berlusconi.
Ieri sera una troupe de LE SCIACALLE ha assediato gli uffici de LE IENE.
Giulio Golia notevolmente imbarazzato ha detto di non avere un capo, che ITALIA UNO non appartiene a Berlusconi, cose così.
Naturalmente la folla gli chiedeva di dimettersi.
Attendiamo un video di scuse da parte di Golia per il suo contributo alla deculturalizzazione del territorio.
Insomma, tra IENE e STRISCIA, il piano di rinascita democratica della Loggia P2 sembra trovare realizzazione.


Giorgio D'Amato

LE SCIACALLE - puntata nr 12 - IL SOLITO MONTAGGIO FURBO DELLE IENE

Ebbasta con queste furbacchionate!
Dalle 19 alle 23, a Bagheria, in piazza Indipendenza, il ministro della giustizia di Mediaset, sig. Giulio Golia, ha subito un continuo pressing da parte di tanti bagheresi più o meno grillini, che lo hanno subissato di domande - a cui lui non rispondeva.
Ci sono stati solo due casi di inalberamento, due persone che hanno mostrato fragilità e sono andati in escandescenze. Naturalmente Le Iene danno rilievo soprattutto a questi episodi isolati facendoli sembrare la normalità di tutta la serata.
Nulla emerge delle faccette buffe di Golia che stava muto, che si rifiutava di rispondere allo stesso modo del sindaco Cinque (che a fare così, quanto meno, faceva benissimo).
Insomma, le solite IENE, nulla di nuovo.
Sull'altro fronte il sindaco e il suo assessore potevano certamente evitare di raccogliere la magra figura delle scuse, in fondo loro sono figli di due padri (che in compagnia di altri 7998 bagheresi) hanno costruito abusivamente. Bastava dirlo. E invece sono risultati un po' scemotti, scemotti sì ma non sono disonesti e nemmeno hanno perso la legittimazione ad amministrare, visto che la giunta grillina sembra - finalmente - voler opporsi alle inferenze mafiose del territorio.
Da Giulio Golia, invece, ci aspettiamo un contributo per fare luce su anni e anni di magagne di Silvio Berlusconi. Per dire, ha avuto - il suo capo - rapporti con la mafia? E con la camorra? E con la 'ndrangheta? Quanto denaro pubblico è stato sperperato? Quanto  chilometri quadrati di territorio sono stati sottoposti a opere abusive iniziate e mai completate?
Prossimamente su Le Iene la condanna di Berlusconi, vero signor ministro?

Grazie a Le Iene in Italia stiamo introducendo quel modo tutto americano di screditare le persone per fatti collaterali rispetto al loro ruolo: tutti ci ricordiamo del caso Lewinski... era necessario che Clinton si dimettesse? In fondo gli USA avevano bisogno di un buon presidente, non di un maschio esente da pulsioni sessuali extraconiugali.
Pompe e case abusive non sono la stessa cosa... ma il giustizialismo di questi giorni è uguale.

Giorgio D'Amato

venerdì 12 febbraio 2016

LE SCIACALLE - puntata nr 11 - Il magistrato Giulio Golia

Il magistrato Giulio Golia ancora a Bagheria.
Da quando la Procura di Mediaset gli ha affidato il caso Cinque, lui ha preso alloggio nel palazzo Valguarnera appena restaurato da Sophia Loren, esattamente nella stanza dove è stata poggiata la trave.
La principessa Alliata è felicissima, insieme vanno a raccogliere gli asparagi - non prima di averli interrogati su presunte complicità con esponenti di Cosa Nostra.
Il magistrato Golia ieri ha trascorso la serata in piazza Indipendenza, uno dei luoghi più abusivi di Bagheria. Avrebbe voluto interrogare l'indagato Cinque che si è dato alla latitanza nascondendosi sotto le scrivanie degli uffici comunali.
Nei corridoi del Tribunale una delle amiche di Maria De Filippi ha rivelato che contro Cinque ci sono almeno cinque capi di accusa:
Un capo nuovo - forse il maglione che Cinque ha comprato ieri
Un capo non stirato - forse dei jeans stropicciati
Un a capo fuori posto - un virus in Word?
Un capo-lino - quello di Cinque ad una finestra
Un capo-dimonte - una composizione floreale con damigella intestata ad una prestanome del sindaco Cinque, la zia.
Insomma, se le cose stanno veramente così, è evidente che Cinque verrà condannato dal Tribunale di Mediaset, quindi nelle prossime 1230 puntate de Le Iene, non vedremo le simpatiche interviste doppie (quelle in cui ti chiedono a che età ti sei fatto la prima scopata) ma solo servizi sulla casa abusiva del sindaco.

Giorgio D'Amato


giovedì 11 febbraio 2016

L'accanimento delle IENE: una figura di merda

Dal tardo pomeriggio sino a mezzanotte circa, la iena Golia a Bagheria, in piazza Indipendenza, ad aspettare che Patrizio Cinque esca dagli uffici comunali.
Dopo l'intervista manipolata passata in TV, è ragionevole che Cinque non si voglia sottoporre alle domande di Golia. Le Iene allora lo assediano. E' questo il modo di fare giornalismo? 
Se uno non ti vuole parlare, lascialo stare, lascialo perdere. Golia no, a tutti i costi ti deve estorcere una parola, per poi mandarla in loop così da far ridere il pubblico che si gingilla con questo genere di programmazione televisiva.
Ma 'sto programma, che cosa è?
In teoria giornalismo d'inchiesta, in pratica ci sono certuni vestiti di nero che si ergono a magistratura e giudicano, condannano, mettono alla gogna.
La magistratura di Mediaset. Ecco cosa sono Le IENE.
Naturalmente in loco non mancano i sostenitori, anzi, la sostenitrice, che si avvicina a Golia e al suo bodyguard con atteggiamenti confidenziali, quasi fosse lei una iena in borghese. Aspirante iena? In piazza certuni la considerano solo un corvo. Eppure dice di fare antimafia, farebbe parte del Parlamento dell'antimafia (o qualcosa del genere), di essere responsabile arte e cultura dell'Associaz Nazionale per le verità scomode (su Google non ho trovato nulla sull'operato di questa entità di cui sembrerebbe esistere solo il nome).
Che poi, se uno ci tiene a far venire Le Iene a Bagheria, allora le porti altrove, Bagheria ha addosso tutti  i segni di un passato tremendo; ogni anno, con una nuova operazione, almeno una trentina di bagheresi finiscono in carcere con l'accusa di essere componenti di Cosa Nostra.
E invece Le Iene, piuttosto che occuparsi di Coinres o edilizia delle cooperative o di altre magagne, si accaniscono su Cinque (che sconta la colpa di un padre che, come tanti bagheresi, ha costruito abusivamente per poi chiedere e ottenere la sanatoria - ma a Bagheria costruire abusivamente, in certi periodi, era l'unica modalità).
In definitiva, cosa è successo a piazza Indipendenza?
Un po' di casino attorno a Golia. Mentre questo aspettava Cinque, i grillini lo hanno messo sottotorchio riguardo alle sue modalità di comportamento, al suo modo di fare inchiesta. Golia imbarazzato si è trincerato in sorrisi strani del tipo "ma che vogliono questi?" pur di sottrarsi al pressing dei compagni di Cinque. Insomma, figuraccia di merda - quella che merita ogni figlio di Berlusconi che non prende le distanze dal padre.

Giorgio D'Amato

Amelia Rosselli (Parigi, 28 marzo 1930 – Roma, 11 febbraio 1996)


I fiori vengono in dono e poi si dilatano
da "Documento" (1966-1973)

I fiori vengono in dono e poi si dilatano
una sorveglianza acuta li silenzia
non stancarsi mai dei doni.

Il mondo è un dente strappato
non chiedetemi perché
io oggi abbia tanti anni
la pioggia è sterile.

Puntando ai semi distrutti
eri l'unione appassita che cercavo
rubare il cuore d'un altro per poi servirsene.

La speranza è un danno forse definitivo
le monete risuonano crude nel marmo
della mano.

Convincevo il mostro ad appartarsi
nelle stanze pulite d'un albergo immaginario
v'erano nei boschi piccole vipere imbalsamate.

Mi truccai a prete della poesia
ma ero morta alla vita
le viscere che si perdono
in un tafferuglio
ne muori spazzato via dalla scienza.

Il mondo è sottile e piano:
pochi elefanti vi girano, ottusi.

Letti per tutti: Non corre buon sangue

Sandro Camilleri
NON CORRE BUON SANGUE
pagine 213, brossura emostatica
Stordito editore, 2016.

L’ultima fatica di Sandro Camilleri (Sandro, cugino di Andrea, salito sulla ribalta delle cronache per aver scritto dieci piccoli gialli in un weekend e averci impiegato undici anni per revisionarli, n.d.a.).
Diciamo subito che la storia si svolge in un condominio qualunque di una qualunque provincia. Camilleri (però Sandro) non dice quale sia la provincia, né dove sia il condominio, ma questo importa poco al lettore e influisce niente sullo svolgersi dell’azione.
Che non corra buon sangue tra Montalcino e Camilleri (Sandro, beninteso) lo si capisce a cominciare dal titolo, tutt’altro che enigmatico. Sappiamo come negli ultimi tempi i rapporti tra l’ispettore Montalcino e il suo autore siano stati spesso tesi e inquinati da fatti collaterali. Apriamo una parentesi.
(La crisi dell’editoria cartacea spinge gli editori a escogitare sempre nuovi sistemi per attirare i lettori, nel buono e nel cattivo gusto. Pietro Stordito - rampollo di una famiglia di stampatori, amante della ‘nduia calabrese e delle pipe in radica tailandese -  uomo dalle mille e una risorse nonché editore di Camilleri (sempre Sandro), ha pensato che mettere autore e protagonista l’uno contro l’altro fosse il modo giusto per incrementare le vendite, beh chiudiamo la parentesi).

mercoledì 10 febbraio 2016

LE SCIACALLE - puntata nr 10 - L'abbruciatina dei morti

Oggi le Sciacalle propongono una nuova inchiesta sul territorio: l'abbruciatina dei morti.
La legalità prima di tutto, e metodi sani e veloci, attipo un forno crematorio, un bello abbruciatore gigante di quello con le canne fumarie che si vedono da Villa San Giovanni.
Ci sono notizie che gli abbruciatori saranno almeno due, uno a Bagheria bassa e uno a Bagheria alta, che disparità non se ne fanno. Ma quale Valle del Mela? E poi qua ci saranno le aree adatte dopo l’abbattimento volontario  da parte dei padri di famiglia delle case abusive e anche di alcune sanate per par condicio.
Belle torri rosse e nere, come quelle dei lager, sarà una cottura a fuoco lento.
Mini, maxi, al massimo in cinque anni verranno su, le notizie giungono direttamente dal Palazzo d’Orleans. Non si può attendere oltre, ci dice lo zio Tanino dalla veranda abusiva di casa sua. Alla cittadinanza interpellata, ci pare una cosa buona. L’aria sanata, per tutti! Ci faranno intorno pure un parco per i bambini e gli anziani. Forno doppio uso ventilato assai!

Strade libere dalla munnizza, case vacanti, ospedali belli chini ri malati, turisti, insomma cchiù travagghiu pi tutti, e i beccamorti non dovranno più intrallazzare per trovare cadaferi!

L'abbruciatina dei morti
Ingredienti per 4 persone

3 cadaveri grandi (quattro se sono piccoletti)
1 Pompa funebre sconsigliata dal sindaco
5 litri di benzina
1 giornale vecchio (il Giornale di Sicilia va benissimo)
1 fiammifero (accendino Zippo in caso di vento)


Ammucchiare i cadaveri, cospargere di benzina, con il giornale dare fuoco.
A cottura ultimata, disperdere le ceneri. 

Adele Musso feat G.D'Amato

martedì 9 febbraio 2016

LE SCIACALLE - puntata n. 9 - COMPILATION PER IL PROX CORTEO ANTIMAFIA

Dopo il successo del primo balletto cittadino antimafia, a presto ne facciamo un altro, più bello di quello dell'anno scorso, con canzoni che tutti potranno cantare e, naturalmente, ballare.
Perchè la mafia non ha paura dei discorsi ma delle canzoni.
Ecco le canzoni in scaletta:
Nessuno mi può giudicare, di Caterina Caselli - chidda che dici "la verità ti fa maleeeeee"
Cuore Matto, di Little Tony - chidda chi dici "dimmi la veritaaaaaaaaaa"
Se bruciasse la città, di Massimo Ranieri cantata da chiddi ca abbruciano le macchine
Se mi lasci non vale, di Julio Iglesias cantata ai dissidenti del M5S
Acqua azzurra, acqua chiara, di Lucio Battisti, cantata dall'Ufficio Stampa del PD
Parole parole, di Mina, interpretata da una delegazione di BagheriaNews
Il video sono io, di Matia Bazar, cantata da Patrizio Cinque
Quello che le donne non dicono, di Fiorella Mannoia, cantata dalla principessa Alliata
I migliori anni della nostra vita, di Renato Zero  - quelli che Tornatore si scordò quando fece Baharia
Ancora tu, di Lucio Battsti, dedicata a tutti i politici indagati che non mancano di ricandidarsi
Il mio canto libero, di Lucio Battisti. Per questa ancora non si è trovato un cantante.

Assolutamente vietata "Gocce di memoria", di Giorgia.

Giorgio D'Amato










LE SCIACALLE - puntata nr 8 - SCOMPARSI I PRIMI BALLERINI DI CORSO UMBERTO

Un fatto tragico colpisce una cittadina in un momento di forte deriva antimafiosa: sono scomparsi i primi ballerini del corpo di ballo del corteo contro la mafia avvenuto a novembre 2015 a seguito delle ammissioni di aver pagato il pizzo da alcuni imprenditori.
E' da più di ventiquattro ore che nel profilo di FB dei ballerini non ci sono riferimenti a Patrizio Cinque.
Pubblicano di tutto, chi sacciu, cose di machine sportive, cose di passaggi in televisione, cose di fare la differenza, cose di iene; una fece un fimmatino dove evidenzia probbremi di luce sulla faccia di Cinque.
Manco ci fecero una condivisione.
Insomma, stiamo aspettando, che la cosa è strana, che questi del corpo di ballo sono i primi a gridare Il SILENZIO E' DOLO, e giusto giusto Patrizio che ci ha creduto e parla e infrange il silenzio, iddi non ci sono.
Aspettiamo fiduciosi per organizzare un altro balletto.

Giorgio D'Amato

LE SCIACALLE - puntata nr 7 - IL SILENZIO E' D'ORO, D'UOPO, insomma, fai tu

Passiamo in rassegna modi di dire corleonesi che poco si adattano al comportamento del sindaco Patrizio Cinque:

Il silenzio è d'uopo
La curiosità è l'anticamera della sbirritudine
A megghiu parola è quella che non si dice
Cu si fa i fatticeddi sua campa cent'anni.
Cu parra fa fetu.

Tanti altri ne esistono ma intanto consigliamo questi alla redazione di BagheriaNews per i suoi prossimi articoli.

Giorgio D'Amato

LE SCIACALLE - Puntata nr 6 - Meglio Bagherianews o Radio Aut?









Questo sindaco parlò assai assai e a noi SCIACALLE ci piacque BagheriaNews che disse che il sindaco volesse fare lo sceriffo, che un giorno si alza e si mette a fare i nomi di gente che si fosse comportata malamente.
Che forse forse questo sindaco volesse imitare a Peppino Impastato che con la sua radio gli rompeva i coglioni a don Tano Badalamenti?
Mah, cose che non si posso sopportare.
Per citare Wikipedia "La trasmissione andava in onda ogni venerdì sera ed assieme ad altri suoi tre colleghi metteva in atto "Onda Pazza a Mafiopoli" riuscendo a farsi ascoltare dalla cittadinanza dei due paesi e inondando di satira "politica" tutti quei personaggi che conosceva personalmente senza risparmiare nessuno speculatore e contando sul fatto che aveva sempre notizie freschissime e riservate pronte per essere messe in onda alla sua maniera."
No, queste cose per Bagheria non le vogliamo. 
Le Sciacalle si allineano con BagheriaNews.
Cettamente questi che furono parlati dal sindaco, avranno modo di difendersi.
In alternativa il sindaco verrà dichiarato incapace di intendere e di volere (oltre che di parlare).

Giorgio D'Amato

LE SCIACALLE - puntata nr 5 - IL SALOTTO DI 70 METRI QUADRATI

Al signor Sindaco del mio paese.

Ma tutta questa scumazza che fanno da tre giorni che tutti siamo abusivi?
Non me la fido più! Non lo capisco! 
La legge dicesse che dove ho fatto la mia casetta con il salone, 
che ci abballiamo tutte le domeniche con la musica neomelodica, 
ci dovevo piantare le fave?
Ma perché il terreno che è del comune?
Io l'ho accattato con i piccioli nna ddu fangu du Ziu Muommu, 
e quando me l'ha venduto mi disse: qua ci puoi fare una bella casa per la tua famigghia, e io questo ho fatto! Una stanza l'uno per i miei otto figli, la cucina grande visto che siamo almeno dieci a mangiare, qualche gabinetto qua e là; 
e il salone dove ci addivertiamo poteva essere meno di 70 metri quadri?
Ma non è certo una villa! E perché sarebbe abusiva me lo volete spiegare?
Io casa non ne ho mai avuta e perciò è  prima casa! 
Ora ce ne andiamo sotto il ponte, anzi non è possibile neanche quello, perché si allaga sempre!
Signor Sindaco ci pensi lei a mandare affanculo queste jatte arraggiate!
Grazie!
Sua affezionata elettrice 
Concetta Mandalà

lunedì 8 febbraio 2016

LE SCIACALLE - puntata nr 4 - LA CASA DI MIA COGNATA

Che fa, ci devo mettere pure la fotografia? Perché, non si capisce che è abusivo? Senza prospetto ce l’ha la casa mia cognata; che quella, suo fratello e suo padre facevano i muratori e nel giro di due settimane hanno alzato tre piani: uno per lei – che era la figlia più grande – uno per suo fratello che era fidanzato e si doveva sposare in estate e uno per i suoi genitori – già che c’erano; un ritaglio di terreno che era rimasto ( che era una ‘ngnune e non lo volevano manco gli zingari del furriato) lo presero i suoi suoceri – così erano vicini e una cosa che succedeva,  mettiamo che si sentissero male di notte,  aprivano la finestra e li chiamavano. Il fango copriva tutto a quei temi, che io per andare da mia cognata mi dovevo mettere gli stivali - che pareva malo pure, ma che dovevo fare per prendermi un caffè gratis e sapere i fatti suoi? Mi toccava fare questo sacrificio. Io invece ci avevo l’appartamento nel palazzo Bruno, una cosa di lusso! Che c’era un salone di cinque metri, che io quando l’ho visto ho detto “stratri e matri, ma chi je!? U stratuni mi pari” che per riempirlo di mobili ho dovuto chiedere a mia matre di darmi qualche mobile lei (lei mi disse, meglio! Mi levu sta negghia). Ora ho visto che mettono i video e le fotografie per dire chi è abusivo e chi è mafioso ( è diventata una mota, e io che non sono arretrata il video lo voglio fare pure io, che lo mando a quello della televisione  che cerca queste storie importanti. Io ci sto mandando questa mail che mi ha scritto mia figlia.

Ma la fotografia, pure ce la devo mettere?

Rosa La Camera