mercoledì 31 dicembre 2014

Letti per tutti: Giallo a Pechino


Sandro Camilleri, GIALLO A PECHINO

pagine 232, brossura in seta, 
Stordito editore, 2015.





L’ultima fatica di un autore che ormai conosciamo bene, il cui titolo parla chiaro. Questa vicenda si svolge in Cina, almeno così ci pare di scorgere nelle intenzioni di Camilleri (Sandro, cugino del famoso Andrea, e di un altro cugino Andrea meno famoso di cui non parleremo, scrittore per hobby, n.d.a.), in effetti sin dalle prime pagine si respira un’aria umida e pesante, a Pechino le strade sono gremite di motorini e di cinesi, si sprecano molte pagine del libro in attesa di attraversare, una vera impresa.

L’ispettore Montalcino ha sempre odiato il riso, soprattutto non sopporta di mangiarlo mentre gli raccontano delle barzellette - sa che il rischio di ritrovarsi con un boccone di traverso è molto alto e lui non ha mai imparato a fare la manovra di Heimlich su se stesso.

Si avvia verso l’albergo che si trova nel mezzo di un quartiere popolare, facendosi largo tra le bancarelle di cibo da strada, Montalcino odia l’odore di fritto, Camilleri (Sandro) lo sa e sembra farlo apposta, gli ha prenotato la stanza proprio sopra una friggitoria cinese di involtini primavera.

Il motivo che l’ha portato a Pechino non è chiaro sin dalle prime pagine, Sandro Camilleri si diverte a nasconderlo al lettore, una strategia efficace per aumentare la curiosità, solo i lettori più esperti intuiscono quasi subito che si tratta di una delocalizzazione dell’editore Stordito per diminuire i costi di stampa del libro. 

martedì 30 dicembre 2014

L'arte spiegata ai non vedenti - Senza lingua


Il bacio di Klimt è il bacio più casto della pittura su tela.
Ohoh, oh ca sto! Lei urla, lui non conosce la sua lingua e continua a baciarla sulla guancia. Si dice che capo senza lingua non vale una stringa. Non capisco perchè, pensa lei. Ho lavato i miei denti con Colgate, non ho mangiato aglio nè cipolla nè verdure, pesce, uova, trippa, polmone, nè fegato, nè cuore. Vabè, questo è l'inizio, siamo ai preliminari, ora parte un bel bacio come si deve, mi slinguetta alla Gregory Peck o alla Paul Newman. Non voglio un bacio alla Candy Candy che Antony poi muore di subito, nê un bacio da risveglio alla Bella addormentata o da domani è un altro giorno alla  Rossella Ohara, nè uno da ricovero alla Littizzetto che ha baciato Pippo a Sanremo. Sogno un bacio che mi apra la mandibola e il sistema pneumologico. Senza fiato, con la lingua. Ma lui continua a stare fermo. È bloccato, condizione di una presunta diversità linguistica? non la tira fuori. Forse ha mangiato qualcosa che non va e non si sente sicuro del suo alito. Sono passati tanti anni, il dipinto è del 1907, il tartaro avrà fatto dimora nel suo cavo orale. I due sono ancora là. Il corpo di lui allungato, lei con tanti ovuli disegnati sul vestito segno di desiderio sessuale in stato avanzato. Chissà cosa succede lì sotto. Si sono infilati dentro lo stesso vestito a tendone per ammucciarsi: sotto il vestito niente. - Neanche la punta, pezzo di tirchio che non sei altro, neanche la punta della lingua mi hai dato, pensa lei. Vittima della legge del taglione? Io penso che è strano. Forse lui è stato privato di tale muscolo? Non può fare più il suo dovere? Ha fatto il Tongue Splitting? ha diviso la sua lingua a metà, e ora che ce l'ha biforcuta non la tira fuori perchè si vergogna? Dopo tutti questi anni lui ha ancora la bocca chiusa e le labbra pigiate contro la guancia di lei; la sua lingua io non la posso vedere e neanche voi anche se le tirasse fuori. Lei sta ancora lì, non è riuscita a staccarsi dal bacio più lungo di tutta la sua vita, su tela e senza lingua. Questo io lo vedo.

Nina Tarantino

domenica 28 dicembre 2014

L'arte spiegata ai non vedenti - L'alletterata

Questa non è fimmina ca nasciu da queste parti. 
In terra nostra di Bagheria e dintorni la fimmina non deve toccare libro. Che il libro ci può fare male assai ca ci nuoci alla salute come un cugno nta lo stomaco o comu na tazza di latte vivuta dopo na manciata di pani chi panielli. E magari con i crocchè cazzillusi.
Se la fimmina, in questo territorio, tocca libro, poi non se la marita nessuno.
Rimane schietta e l'unica spiranza che può avere è di uno spirito santu.
Ma queste cose succedono una vuota ogni tremila anni.
Idda, ca havi lo velo pigghiato di frisco da lu casciuni - si vidinu tutti li piegaturi - sta leggendo un libbro, cosa che per tradizioni la ponnu fari sulu li masculi.
Che libro idda sta leggendo non si po' capiri.
Potesse essere un libro che non la convinci assai, che saccio, un libro attipo Non ti muovere di Margarita Mazzantini, e pecciò idda, con il gesto della manu, volesse dire a tutti quali è lu titolo.
La critica artistica e artigianali di li quatri non è d'accordo assai, si fissò che invece la signura ritratta si stesse taliannu u catalogo Vestro e allora, incucciata da so marito, ci stava arrispunnennu: siccome qua a Nazareth chisti mutanni non li vendono, che fazzu te li ordino nta lo catalogo? quinta misura fussi buana?
Lu quatro nenti dici con riferimento alla risposta di lu marito.
Nuatri pensamo però che lu libro ca idda leggi è nu ricettario di la cucina, ca idda volissi fare un pan di spagna zuccarato e con la mano stesse comunicando quanti uova ce ne vullissiro, cinque e sfurnati di friscu.
Quanta farina si ci havi a mettiri, non ci pervenne a nostra informazioni.
Quanto basta.
Sul perchè idda vulissi fari lu pan di spagna, ritenemu ca siccome putissi essiri incinta, allora ci vinni la voglia e si lu sta facendo per evitare ca lu picciriddu ci spuntassi un disiu di macchia sulla peddi.
(Ca vi lu immaginati se nta lu crucifissu spuntassi un panettoni 'ncapu la coscia di nostru signuri?)

Giorgio D'Amato

venerdì 26 dicembre 2014

La nascita di uno squalo

Quando mio padre conobbe mia madre le fece capire subito che le sue intenzioni erano serie: la prese a morsi. 
Mia madre non voleva saperne, così  lui serrò le mascelle sulla pinna pettorale di lei che portava già i segni  di questo tipo di avance. La sua pelle più spessa, però, la proteggeva da ferite gravi. Appena fu nella posizione giusta mio padre, dotato di due organi sessuali, ne inserì uno nella cloaca di lei e  lo bloccò grazie a delle escrescenze cartilaginee. Sapeva bene che lei avrebbe potuto avere già la ghiandola nidamentale piena del seme di un altro e provvedette ad eliminarlo iniettando il suo misto ad acqua di mare. 

martedì 23 dicembre 2014

L'arte spiegata ai non vedenti: I braccianti

Nella soffitta di mio suocero, guarda che ho trovato: un quadro con dedica “Al mio caro Giacomino Gagliardo con affetto Renato Guttuso”.
Aveva un Guttuso e lo mise in solaio, vai a capire gli uomini e le loro beghe familiari. Forse tutti i parenti lo volevano e allora per evitare crisi e liti, lo depositò in alto, dove occhi indiscreti non potevano arrivare. Ma i miei piedi sì.
Eccolo, caro Peppino, te lo voglio descrivere: inchiostro di china, bianco e nero solo una coppola e una maglietta fitusa sono rosse.
Nove cristiani, stanchi, assonnati sporchi e accaldati, già vecchi e rassegnati, si prendono una siesta dopo il lavoro pesante di raccolta di olive ottobrine. Tre mangiano, uno un pezzo di pane incrucculutu, gli altri due con il cucchiaio, che finesse, dei fagioli dal portapranzo preparato dalla moglie o dalla madre.
Ci sono pure le scale che portano proprio nel solaio dove ho trovato il quadro, segno che tra mio suocero e il pittore non ancora famoso e oggi quasi dimenticato assieme al suo museo, corresse un buon rapporto di amicizia, di affetto, di lavoro e rispetto.
Erano stati vicini di casa,compagni di scuola e raccoglitori di olive. Ecco l’arcano.
Ma mio suocero un pennello non lo prese mai in mano, Renato lo invitava , lo spronava a fare come lui. Ma niente, non lo persuase mai, lui leggeva L’Unità, coricato per terra ,forse quello del quadro. Non mangiava, non dormiva, non discuteva come gli altri, leggeva  e questo gli bastava. Fino a quando Renato si trasferì a Roma e lui cominciò  a fumare e a mangiare , fino a diventare centoventi chili, altro che “Giacomino”.
A me questo quadro piace: piccolo, storico, non datato, riempie un angolo della parete di ricordi démodés, due cavalli di mia cognata, un gruppo femminile di mio fratello, la ricerca dell’origine del cognome, con relativi stemmi e quattro paesaggi siciliani raccolti tra una gita e l’altra in questa terra di artisti e sognatori, di emigranti e immigrati. Clandestina e irrispettosa, forse anche affettuosa. 
Forse.



Maria Letizia Mineo

lunedì 22 dicembre 2014

Letti per tutti: La banda degli abeti

Sandro Camilleri, LA BANDA DEGLI ABETI
pagine 250, brossura con filtrino, 
Stordito editore, 2014 (quasi 2015).



Sandro Camilleri (il cugino più sconosciuto tra i due, n.d.a.) questa volta lo troviamo alle prese con l’allestimento dell’albero di Natale.

L’ispettore Montalcino nel frattempo è sulle tracce di una banda di malviventi farabutti che traffica piante di abete spacciandole per marijuana. Dopo diversi anni di truffe continuano a cascarci sempre i soliti quattro sprovveduti che non distinguono ancora bene la forma delle foglie - tre di loro sono stati più volte ricoverati per problemi respiratori dopo aver cercato di fumarsi delle canne preparate con l’erba fasulla.

Al Camilleri (Sandro, non Andrea) piace molto l’atmosfera natalizia, adora scegliere le decorazioni e i pupazzetti da appendere ai rami, è contento anche del fatto che quest’anno il suo albero sia più verde e rigoglioso del solito, niente rami rinsecchiti da nascondere con metri di fili dorati.

Montalcino nel frattempo è impegnatissimo, aveva sperato di rilassarsi almeno sotto le festività invece è alle prese con un traffico di alberi di Natale falsi, ma questa è un’altra banda, non quella di prima, infatti a quanto pare alcuni delinquenti farabutti hanno capito il meccanismo e, nel tentativo maldestro di emulare la banda di farabutti delle prime pagine, rifilano piante di marijuana vere al posto degli abeti di Natale.

domenica 21 dicembre 2014

L'arte spiegata ai non vedenti: Adele ra ciccolatta

Che nulla accada per caso è un dato incontrovertibile e che niente di nuovo si crei lo è altrettanto. I famosi corsi e ricorsi. 
Prendiamo ad esempio una pubblicità in cui una signora di giallo canarino abbigliata si sdilinquiva sul sedile posteriore di un’auto di lusso e gridava: Ambrogio, c’ho voglia!
Cose di cioccolatini vastasi che le nostre madri non li facevano mangiare alle figlie femmine (iddi invece se ne calavano pacchi da cinque chili).
Noi siamo certi, dopo avere bene osservato il dipinto che vi andiamo a raccontare, che la bella fimmina di questo quadro di Klimt - la signora Adele Bloch Bauer - è sicuramente la nonna della succitata fimmina gialla sdilinquita e vogliosa. Il suo abbigliamento, infatti, è tale e quale alla stagnola dorata che avvolge il famoso cioccolatino. L’autore del dipinto, fimminaro eccentrico tale Rocher Klimt, era nel suo periodo dorato, perché oltre a farsi pagare a peso d’oro, lui, le sue modelle se le gustava pure e gli piaceva prima incartarle e poi scartarle, incartarle e scartarle. E poi le muzzicava buanu buanu. La signora Adele Bloch Bauer I pare che, dopo la posa del quadro, se la squagliò per circa undici anni con tale Zuckerbaron, e quindi i conti tornano: gli ingredienti c’erano proprio tutti.
Ella posa languidamente, e ti guarda con sguardo da cerbiatta abbagliata dalla land rover del cacciatore onesto. Una cosa che desta impressione sono gli occhi che tempestano il suo lungo abito, a centinaia, da capo ai piedi, estremità inferiori opportunamente nascoste. Questi globi oculari, tutti assolutamente direi.. sbarrachiati, non dormono mai. La cioccolata si sa, mette in moto certe caldane che partendo dalle viscere arrivano.. insomma, è eccitante.
Le mani della signora Adele B.B si reggono l’una con l’altra, in una posa di muta implorazione, le labbra leggermente dischiuse sono in procinto di pronunciare, e di questo siamo certi, un invito al suo cameriere a portarle un cappello, qualcosa che potrebbe suonare come :  Ambrogio t’ammuccasti ‘u me cappieddu? Lo sai che cu stu tuppo malicumminatu mi pari mali a niesciri.
La signora deve coprire quell’orribile acconciatura a forma di talpa tramortita. Klimt era cosa, sicuramente, di pittare ruabbi adatti per le cerimonie, ma quanto a capiddi non era mistieri suo. 


Adele Musso

giovedì 18 dicembre 2014

In picchiata

Avevano studiato la coreografia per settimane, ognuna conosceva esattamente il suo posto e chi avrebbe trovato alla sua destra sinistra davanti dietro sopra e sotto, quando avrebbero dovuto tenersi per le zampe e quando avrebbero dovuto staccarsi. L' ordine di lancio doveva essere rispettato al secondo, se qualcuno avesse tardato le figure non si sarebbero composte. Nel frattempo c'era chi si era occupata degli sponsor, chi delle tute, chi di affittare gli aerei - dovevano essere tanti, conoscere le coordinate precise di volo, i tempi di esecuzione ed essere alla distanza giusta l'uno dall'altro.

martedì 16 dicembre 2014

Letti per tutti: L'ultima fatica


Sandro Camilleri, L’ULTIMA FATICA

pagine 13, spillato al centro, Stordito editore, 2014.



L’ultima fatica di Sandro Camilleri, prima di allontanarsi da casa, dopo aver salutato i vicini di pianerottolo e la signora della portineria. Camilleri (Sandro, cioè il cugino meno conosciuto di Andrea, n.d.a.) approfitta di questa occasione per regalarsi un periodo di riposo, mentre l’ispettore Montalcino, imperterrito rappresentante della legalità, tenta di risolvere il caso relativo alla sua scomparsa. Un personaggio come l’ispettore Montalcino, che ormai si ritrova legato stretto con il nome del proprio autore, non può fare a meno di gettarsi a capofitto nella ricerca. 

lunedì 15 dicembre 2014

L'arte spiegata ai non vedenti: la tila sfunnata

Uno va a lu museo che lu sapi che ci sono li quatri antichi ma in buono stato. Ogni tanto qualcuno cchiù malicumminateddu ci fanno l'arripizzata - come si dice dalle nostri parti, la quarara arriparata dura chiossà. E certi quatri,  a volte per li surci, a volti per li camule, sunnu sfunnati. Non c'è di farisi maravigghia, una vugghia e un pocu di cuttuni e si cuci.
Lu problema sorgi quando invece uno fa sfreggio a lu travagghiu di tanti pittura ca si scannanu la vita pi fari un quatru bonu di potirisi appizzare ne lo salotto. Che quando arrivano gli ospiti, attipo i consuoggeri che portano l'anello di zitamento e lu mazzu e uno ci fa truvare li durcini di mandorli e lu vomitivo nta li bicchiereddi, iddi - li consuoggeri - che taliano la casa per farici la stima di la ricchizza di la famigghia, taliano il beddo quatro e dicono bona è sta figghia, bona per maritarisi, oppure, di contra, dicono chista non è figghia per nuatri, non havi nemmeno un quatro che si potesse taliare, pigghiamunni l'aneddu, lu mazzu e turnamuninni a la casa ca ccà pirdemu sulu tempu. Che allora uno arriccogghi i picciuli e u quatro se lo accatta.
Se uno ci facesse attrovare, a li consuoggeri, un quatro di chisto che si chiama Funtana, lu matrimonio si potesse dire bellu e satatu, che uno pigghia lu corredo arricugghiutu con anni e anni di sparagni e lo jecca a l'agnuni.
Dicissi io, ddoppu che ci mettinu tanto mestieri per pigghiari la tila, per mettirici lu tilaio, per farla di culuri bianco, arriva lu Fontana e la tagghia. Vastasu. Irrispittusu. Ervazza tinta e spinusa e affucacavaddi.
Ma ca lu cretinu esisti è cosa risaputa, chiddi pericolosi sunnu li scimiuna che ci vanno appressu. E tanto dissiru e tanto ficiru ca la tela sfardata ora si trova a li musei di tutto lu munnu. Mischine le figghie di li patruna di li musei: per mmia marito non ne attrovano, pi maritari le figghie ci vonnu li quatri boni, o quanto menu sani.

GD

domenica 14 dicembre 2014

L'arte spiegata ai non vedenti: la Venere e il cane


Questo quatro è troppo osceno. C'è una sdivacata sul sofà ignuda, con quasi tutte cose al vento come la natura l'ha fatta. Al posto delle solite due gocce di Chanel indossa solo un orecchino di perla della stessa forma, un anello al dito mignolo, segno di devianza e un bracciale d'oro con pietre preziose. Ha due tette sode di giusta misura e l'espressione da Non è come sembra, tra Sono una donna non sono una santa e Perdono; non si capisce se ha già assaggiato la marmellata e ammuccia il barattolo: scusate la farfallina con la mano colpevole o ignara di tutto imbarazzata e impreparata non sa cosa fare. Alla tipo Cappuccetto rosso che non lo sapeva che il lupo se la doveva mangiare. Sullo sfondo in lontananza ci sta una finestra aperta ma lei con aria viziata se la gode stinnicchiata. Voi non potete vedere quant'è pu...pure profana la sua espressione.
Dicono che sia pu...pure d'Urbino e pu...pure Venere. Forse ha commesso atto impuro o adultero o forse no, e orgogliosa aspetta l'occasione giusta, il tipo giusto.
Si è sdraiata stanca delle solite cose, - Gli uomini sono tutti uguali, forse pensa questo mentre stringe nella mano destra un mazzo di roselline rosse secche e sciupate di cui un rametto è venuto via sul letto e con la sinistra copre la sua pudenda. Anch'io non vedo niente. Cerco di ricostruire la scena per capire come sono andate le cose. I colori usati sono caldi, rosso il materasso a fantasia floreale, le coperte sgualcite e due cuscini. Nel quadro ci stanno pure due damigelle che al 90% sono amanti del marito e l'aiutano nelle pulizie domestiche. Una ha appena finito di fare i piatti e si sta per calare la manica, l'altra invece è rimasta in doggystyle con la testa in giù o vomita o cerca qualcosa dentro a una cassapanca che si trova in fondo alla stanza. Chissà Tiziano a quale strana scena aveva assistito? Era capitato lì per caso? Non riesco a fare i dovuti collegamenti. Ma allora lei, la Venere d'Urbino questa cosa da ammucciare con chi l'ha combinata? E a cosa le è servito quel mazzolino che custodisce tra le dita? Espressione assai colpevole tiene. Continuo a indagare con la mente e a guardare - Mi faccio gli occhi vostri, per un pò.
Mah! Mentre osservo questo quatro, c'è una presenza che attira la mia attenzione, un nuovo indizio. Ecco forse ci sono, dopo tante taliate ho trovato chi ha suscitato in lei desiderio variante. Un brivido animale. Un coso peloso, questo si vede bene, è rannicchiato ai suoi piedi:  si tratta di un cane al lato destro del dipinto. Immobile con aria stanca riposa.

Antonella Tarantino

venerdì 12 dicembre 2014

Perché a Bagheria si fa autogestione

Gli studenti non ci stanno più. I tentativi del governo di rendere la nostra scuola pubblica una grande azienda incontra il “no” secco e forte degli studenti che in questo periodo si sono mossi in manifestazioni e forme di protesta contro il documento della “Buona scuola”. Alcune scuole si dissociano e continuano il loro regolare lavoro, altre occupano i locali scolastici. Poi ci sono quelle che decidono democraticamente di entrare in autogestione, come forma di protesta. L’autogestione infatti è un modo di protestare molto più produttivo e forte di una semplice occupazione.

 Con l’autogestione i ragazzi smentiscono chi dice che non hanno voglia di fare niente o di trattare certi temi, anzi! Sono proprio gli studenti come quelli del Liceo Classico Scaduto di Bagheria che, ogni giorno, si organizzano in corsi autogestiti dove si affrontano gli argomenti più svariati: dalla musica alla politica, dalla filosofia alla storia della mafia,dal teatro al cinema.
 Tutti i corsi vengono seguiti abbondantemente ogni giorno da tutti gli interessati, ma chi non ha voglia di seguirli o ha bisogno di studiare ha sempre l’opportunità di usufruire di buona parte delle classi per organizzarsi in gruppi di studio tra gli stessi studenti o magari richiedendo anche l’aiuto dei professori, qualora ve ne fosse bisogno. Naturalmente, parallelamente alla protesta, le classi che vogliono continuare a studiare normalmente hanno la libertà di farlo, dissociandosi dall’autogestione ed entrando a scuola normalmente. Il tutto si svolge in un ambiente tranquillo e solidale, dove gli studenti sono capaci di autogestire nel migliore dei modi una scuola, dando prova di grande maturità.

Antonio Mineo

giovedì 11 dicembre 2014

Fa' la cosa giusta, festival del consumo critico - La zucca gialla



Che uno tutto firulì e firulà, mentre passia per il corridoio di lato del festival del consumo critico, vede la zucca gialla di quelle allungate che già pinsava di comprarla una volta tornato a lui paisi - c'è un cristiano che la vende, un ambulante con il carretto a tre ruote e la faccia siddiata che ogni giorno pare che ci muriu la mugghieri (uno ci prova a farlo sorridere, per questo le zucche si ci comprano a tre a tre).
Stavo passeggiando e vedo la zucca. Mi fermo. Accanto a me l'amica Floriana che stava cercando un regalo per la sua amica. Florià, regalaci una bella zucca, megghiu di una guantiera di dolci.
Signollei - ci domandiamo al picciottunazzu che le vende - una zucca si può avere?
Chisto, che pare preciso a Giancarlo Giannini in quel film sull'isolotto che a Mariangela Melato gli passa a dirci che è buttana industriale - preciso spiccicato sputato, pure la varvazza sino a sotto li occhi e li capiddi nivuri arruffati e li gigghia a mataffuna -, ne pigghia una e dice che si tratta di zucca butternut.
Butternut a mmia?
Senta, signor Giannino, questa si chiama zucca bafi, e di questa zucca ci posso leggere vita, morte e miracula.
Zucca baffa è, e lei comu lu sapi, mi dice il signor Giannino.
Intanto pi cultivarla ci vogliono due cosi, li porcuspina e lu cani.
Veru è.
Idde - le zucche bafi - vanno piantate a duecento a duecento, perché li porcuspina sono golosi di chisti zucchi, e quindi duecento sono per li porcuspina e duecento sono per lu cuntadino che li cogghie e li vende e a lu mercato.
Bravu, pari insignato.
Lu problema è che li porcuspina non sanno la matematica e allora la loro tindenza fussi di manciarisi le so duecento e pure le duecento di lu contadino - che se li porcuspina si li mangiano tutte, iddu a lu mercato zoccu ci porta? li scocci di zucca bafi?
A questo puntu intervieni lu cani, che devi essere un cani matematicu, ca iddu ci devi spiegari a li purcuspina la divisioni: una zucca vuatri, una lu me patruni, una zucca vuatri, una lu me patruni.
A la fine di la cunta, lu cuntadino po iri a lu mercato e vinniri duecento zucche bafi.
Ebbravu lu cani. Ma tu lo sai comu si fannu li zucchi bafi?
La morti sua è arrustuta panata.
Vossia tutti cosi sapi.
Veru è - vol diri nenti ma lu fattu è che li fissarie nascinu per condire lu munnu, e la zucca bafi è una di chiddi cuasi ca senza uncitini non si può manciari. Bafi sì, ma sempri cucuzza è.

(Lu venditore di zucche bafi si chiama Totò Fundarò e curtiva zucchi ad Alcamo. E non solo, pure zucca luffa, bona pi fari li spugni ca ti lavano la schina o li piatti. A iddu è dedicato stu pezzo. Pi la cronaca, l'amica di Floriana lu regalu di la zucca ci piaciu assai.)

(Le mie competenze sulla zucca baffa invece le devo a Cosimo Lo Sciuto.)

Giorgio D'Amato


Zucca Butternut Ponca(Cucurbita moschata) varietà americana alta 25 cm che appartiene al grande gruppo delle Butternut, eccellenti per sapore della polpa arancione vivo, facilità di mondatura (la buccia è piuttosto sottile) e durata di conservazione (sino ad un anno). Ogni pianta può produrre sino a 8 frutti.

martedì 9 dicembre 2014

Letti per tutti: I misteri dello spettro


Sandro Camilleri, I MISTERI DELLO SPETTRO

pagine 231, brossura, Stordito editore, 2014.



L’ultima fatica di Sandro Camilleri (cugino di Andrea, con il quale ha in comune la passione per i libri gialli e le bionde, che si dedica alla scrittura per invidia cuginesca, nei ritagli di tempo che gli restano del suo lavoro di giallista, n.d.a.) ci introduce in un campo poco frequentato dagli scrittori di romanzi gialli e noir.

Un’atmosfera rosa per un noir di grande impatto cromatico, tutte le tinte di colore si scompongono davanti agli occhi del lettore sin dalle prime luci.

“I misteri dello spettro”, il titolo non lascia dubbi, in cui troviamo l’ispettore Montalcino intento a interrogare un testimone rosa pallido, ogni tanto urla e la sua faccia è più rossa di un peperone, tenta di intimidirlo ma non cava un ragno dal buco. Torna stremato e depresso a casa sua, pranza con pasta in bianco e insalata verde, tracanna diversi (troppi) bicchieri di rosso. 

lunedì 8 dicembre 2014

Gianni Mineo - gli intitoliamo una strada?

Vite in cambio
Sabato 29 novembre ai Gesuiti - Bagheria, presentazione di Vite in cambio, narrazione documentale che vede protagonisti tre soldati - uno di questi Gianni Mineo -, che durante la seconda guerra mondiale, ad Arezzo salvarono la vita di 209 persone.

Bene.
Ad Arezzo già c'è una lapide con cui si ricorda Gianni. C'abbasta.
E a Bagheria? Niente.
Durante l'incontro/presentazione - sala gremita - mancano esponenti dell'Amministrazione comunale, notano alcuni.
Qualcuno consiglia ai familiari di attivarsi per l'intestazione di una strada.
Sì, ma è vergognoso lo stesso che il sindaco non abbia mandato qualcuno.
Aveva chiffari.
Assenza sciagurata.
Si sta occupando di cose più importanti, ci sono i contrattisti.
Ma uno poteva venire.
Evvabbè - insomma, cose di queste a tignitè.
Una prende il microfono e dice che non gliene fotte niente se il sindaco è assente.
Un altro dice che Bagheria non merita eroi.
Un altro ricorda che Gianni Mineo è parente di Mineo 'u capomafia. 
Questo è un problema: un capomafia può avere in famigghia un eroe della Resistenza?
A presenziare l'autore, un aretino.
Bello show ca si assuppò, che forse si pentì di avere smosso questa pignata di bollito.
Spuntò pure che 'stu Gianni Mineo manco parlava in siciliano.
Ora, dico io, in un paese come Baarìa dove la storia si è fermata quaranta anni fa, prima di intestare una strata a Gianni Mineo bisognerebbe rispettare la lista di attesa. E ci nn'è prima... tutti con il titolo di 'zzù e con la coppola e con la pala di ficurinia. Che questi pure si prodigarono per il paese e lo resero famoso in tutto il mondo portandolo ogni giorno sulle pagine dei quotidiani.
Che ci vorrebbero due paesi per arrispittalli a tutti.
Questo Gianni Mineo, per me, può aspettare.

Giorgio D'Amato



Vite in cambio

Gianni Mineo, il partigiano infiltrato, che salvò dalla strage la popolazione della Chiassa
Giugno 1944. Il rapimento del colonnello von Gablenz, da parte di un’autonoma formazione partigiana slava, provoca il rastrellamento tedesco di centinaia di civili, rinchiusi nella chiesa della Chiassa (Arezzo) e minacciati di fucilazione, se entro 48 ore l’alto ufficiale non verrà riconsegnato.
Il tempo trascorre velocemente, tra la disperazione degli ostaggi, dei loro familiari e l’impotenza del Comando partigiano italiano. Quando tutto sta per concludersi, un giovane partigiano siciliano, Gianni Mineo, riaccende la speranza ponendosi come mediatore tra i tedeschi e gli slavi.
Con estremo coraggio, Mineo riesce a far liberare il colonnello e, con l’aiuto di un altro partigiano, Giuseppe Rosadi, a riportarlo appena in tempo, salvando dalla strage la popolazione e i paesi della zona dalla distruzione.
Un’appassionata ricerca, su differenti fonti, porta ad un’incredibile scoperta: il partigiano Gianni Mineo era un infiltrato tra i “repubblichini” di Arezzo. In questa veste, fu protagonista di molteplici azioni, riuscendo a salvare tante vite…
“Citando ampi brani tratti dalle memorie degli abitanti del luogo, il volume restituisce il clima del tempo e ristabilisce la verità sull’«eroe della Chiassa», dopo che per decenni l’oblio ne aveva cancellato il ruolo svolto”.
Ivo Biagianti, Università di Siena


AAS nella fiera di Natale

Bagheria, 6/7 Dicembre - Mercatino di Natale, un serpentone di stand lungo Corso Umberto. Anche AAS nella fiera di Bagheria. Sì  nella fiera, non è un errore. Ci siamo. Nella fiera. Ci siamo tutti con le nostre ore di sonno perdute, coi nostri vaffanculo questa fotocopia mi è venuta male, il taglio è storto, questo libro va eliminato. Ci siamo, con le nostre dita bucate, aghi storti e ditali ammaccati, le nostre serate a cucire libri, stanchi dopo una giornata di lavoro che è tardi ma dobbiamo finire in tempo. Dopo un parto che sudi stremata con la tua creatura sul petto e la stringi a te felice. Ecco queste sono le nostre creature, lo pensiamo tutti noi di AAS ma non ce lo diciamo. Le nostre creature disposte in bella mostra su un tavolo in legno sopra una coperta trendy con fantasia a quadrettoni sotto un gazebo nuovo. L'abbiamo comprato per l'occasione e montato tutti insieme. La nostra prima volta, e cade un pezzo, non si trova l'angolo, porca miseria eccolo, un colpo di asta di ferro in testa ecchecazzo potevo mettermi il jeans mica lo sapevo che dovevo montarlo pure io, che bello ce l'abbiamo fatta, tira il tendone, stiralo, non entra ah ecco così. Risate, sorpresa, il nostro gazebo è pronto. Forza avanti, posizioniamo due lampade da lettura ai lati del tavolo. Sopra i nostri libri, segnalibri, notes spago carta etichette. Creiamo l'atmosfera. La nostra Peppa curatrice di immagine dispone pigne, palline decorate, bottiglia con candela accesa, i pon pon in lana ( da non crederci li ha fatti Filippo) che abbelliranno le nostre confezioni natalizie. La gente li porta con sè e noi siamo felici che i nostri libri vadano con loro, che le nostre confezioni restino sotto i loro alberi di Natale per un poco. Qualcuno ci dice che li vendiamo poco, giusto il minimo che basta per le spese e la carta. Che ci importa dei soldi. Filippo li regalerebbe tutti e lo fa. 
È bello guardarlo mentre lo fa. La gente ci sorride e ci ascolta mentre leggiamo quello  che abbiamo scritto, pezzi di racconti, pezzi di brani, di poesie, pezzi di parole, pezzi di noi. I nostri pensieri. Musica, pupazzi della Walt Disney che passeggiano, Babbe Natale che distribuiscono caramelle e suonano le campanelle. La pioggia ci risparmia, la gente va in giro. Un macellaio urla che c'è da spostare una macchina con urgenza e ricorda a tutti i passanti  che regala  salamini a 4 euro  e alette di pollo a 2 euro. Noi continuiamo a leggere e a vendere i nostri libri. La gente passa e li ammira, li tocca, li prende in mano, li porta con sè a casa, un pezzo di AAS va con loro. Ci siamo. Ci siamo tutti. Ogni tanto qualcuno si lamenta che gli fa male la schiena. Io ho i piedi che mi fumano ma ci sono. Ci siamo. Ci siamo tutti. E poi ancora saluti, abbracci - Ehi come stai quanto tempo. Che siete belli ci dice qualcuno e ci siamo. Ci siamo tutti. I nostri pacchetti natalizi richiesti, compriamo un'altra matassa di spago. Si fermano in molti, anche il nostro sindaco si è innamorato dei nostri libri dalla grafica accattivante. Chi ci lascia un sorriso, chi un abbraccio, chi ci riconosce, chi ci ascolta, chi ci compra. E ci siamo. Siamo nella fiera.

Nina Tarantino

giovedì 4 dicembre 2014

Un pensionato è pur sempre una miniera

Chissà in quanti avranno già pagato il biglietto del cinema per la nuova fatica di Ficarra e Picone, "Andiamo a Quel Paese". Altri guarderanno in streaming o scaricheranno, ma qui facciamo la banda degli onesti.  Allora: il film è nelle nostre sale dal 6 Novembre scorso, e narra la vicenda di Salvo e Valentino, i due omonimi comico-attori che, trovandosi come oggi spesso accade senza lavoro e senza un posto in cui abitare, si trasferiscono al paese natale di quest'ultimo e della compagna di Ficarra, Monteforte, ameno paesino dell'entroterra siciliano. Il piano è d'emergenza: vivere coi soldi della pensione della suocera di lui in attesa di tempi migliori. E, in un territorio in cui l'economia è in grave depressione e la disoccupazione sembra più alta che altrove, la soluzione scelta dai due protagonisti sembra andare per la maggior fra gli abitanti del posto. 
Ma i siciliani, si sa, son furbi. Lungi dal cercare una qualunque soluzione lavorativa, Salvo ha un'intuizione: davanti all'immancabile sfilza di parenti annessa alla nuova vita dei due – tutti non troppo giovani -, gli viene in mente di ospitarli in casa propria (cioè, della suocera) ed offrire loro "compagnia e protezione ", in cambio della pensione.  
Da qui tutta una serie di gag esilaranti che trascina piacevolmente lo spettatore verso le due ore scarse dello spettacolo offerto.
Al di là delle scenette divertenti, degli episodi rocamboleschi, dei frammenti comici e del serrato ritmo di battute in cui l'abile duo si cimenta, quel che più mi ha fatto riflettere è la trasposizione, solo apparentemente improbabile, di quella che senza dubbio è una fetta della complessa realtà in cui viviamo. Ficarra e Picone sono da sempre molto a loro agio nel pennellare di leggerezza anche gli argomenti più scomodi o pressanti, senza per questo svilirli: ma dietro alla irriverente ironia è spesso nascosta una morale, stavolta amara, che interroga una - o più - delle nuove generazioni di adulti. La nostra,  ci dicono loro, è una vita sospesa, che sembra galleggiare per aria: daje coi tempi difficili in cui viviamo, i trenta-quarantenni di oggi non fanno, e a volte perché non ci provano nemmeno. E attendere il vano incontro con un politico corruttibile, soluzione prospettata come chimerica dallo scaltro Salvo per l'intera durata della pellicola, o escogitare contorti stratagemmi per arrivare a fine mese, sembrano metodi più rassicuranti per impiegare il cervello, altrimenti così ben creativo e portato alla costruzione. 
È il problema di tutti. Il padre che dice "Ancora per molto ti dovrò campare?!" sembra Mangiafuoco, il peso delle responsabilità sempre più opprimente e le abitudini adolescenziali più difficili da abbandonare. E, in un contesto in cui è davvero arduo ritagliarsi un posto, si sguazza alla meraviglia: "Ma papà, c'è crisi!"
No?...

Elena Spina 

mercoledì 3 dicembre 2014

Munnizza bagherese

L’altro giorno, scorrendo le pagine del web, siamo inciampati in un post, breve e conciso, dove un politico della nostra città, un ex consigliere, invitava i concittadini a meditare sul fatto che Crocetta, Presidente della Regione, avesse deciso di riaprire la discarica di Bellolampo per ovviare alle conseguenze della chiusura dell’altra discarica, quella di Siculiana, dove diverse città della provincia di Palermo, inclusa Bagheria, si sono rivolte per convogliare i loro rifiuti indifferenziati.

Letti per tutti: Incremento di peso


Sandro Camilleri, INCREMENTO DI PESO

pagine 373, brossura rinforzata, Stordito editore, 2014.



L’ultima fatica di Camilleri, scrittore prolifico cugino del più famoso Andrea (scrive libri noir, saggi gialli, romanzi saggi, n.d.a.), un libro a tutto tondo, un libro che si rivela di grande spessore, sin dal momento dell’acquisto, trecentosettanta pagine in carta uso mano da centoventi grammi metroquadro. Si fa fatica a tenerlo in mano, ci vuole polso fermo per portarselo appresso, un formato non propriamente tascabile, talmente ponderoso da essere più simile a un laterizio che a un romanzo giallo, nelle intenzioni dell’autore.

Montalcino in questo libro avverte tutto il peso degli anni, Camilleri (Sandro) da troppo tempo lo incastra con le sue indagini costruite su interrogatori inconcludenti, per poi abbandonare ogni ispirazione letteraria e farlo giungere alla terzultima riga con un pugno di mosche in mano.

martedì 2 dicembre 2014

Sentinelle

La sentinella biblica che deve avvisare il popolo di un’eventuale rovina e ascoltare e annunciare la parola di Dio è Ezechiele.
(Ez. Cap. 33)

La sentinella, dalla notte dei tempi fino al Medioevo e anche oltre, ha il compito di vegliare e di avvertire.
Essa deve stare bene in alto, per vedere in lontananza. 
I suoi occhi devono costantemente scrutare l'orizzonte, scandagliare con lo sguardo la campagna, ripararsi dalla luce abbagliante, notare ogni piccolo movimento.
Non importa che tempo faccia, non importa quanto sia stanca, essa deve attenersi al suo compito. 
Non può permettersi di appisolarsi: deve tenere gli occhi bene aperti.
Non può lasciare il suo posto per nessun motivo.
Guarda attentamente a distanza. 
Se stanno preparando un attacco, deve vederlo. 
Deve scorgere la polvere alzarsi appena diventa visibile in lontananza.
Non deve perdere tempo, deve suonare la tromba per dare l'allarme.

Il suo compito è, perciò, quello di vegliare e di avvisare.

La sentinella dei nostri tempi ha altre caratteristiche: se interrogata risponde solo per se stessa.
Essa scende in piazza e si distanzia dalle altre qualche metro per non turbare l’ordine pubblico.
Sta in piedi, dritta, e legge un libro, preferibilmente classici quali: “Orgoglio e pregiudizio”, “Delitto e castigo” o altri sul genere de:”Il castello interiore”, “Diario di un dolore”, “Io sono Malala”, o, ricercatissimo, “Voglio la mamma” dell’ex parlamentare Mario Adinolfi, come unica carta di identità, di riconoscimento, di presentazione.
Sta in silenzio per un’ora.
È aconfessionale e apartitica e difende la centralità della famiglia formata da un uomo e da una donna.
Si ispira al gruppo francese Manif Pour Tous, che si oppone al governo Holland che è invece a favore dei matrimoni gay.
“È veramente preoccupante che ci sia qualcuno che investe una significativa parte del proprio tempo per opporsi a una norma contro l'odio e la violenza”, dice Ivan Scalfarotto.
In effetti, le sentinelle, scendono in piazza contro le battaglie per l’adozione da parte di coppie omosessuali, la fecondazione eterologa, le unioni civili e soprattutto lo spauracchio del  progetto di legge dello stesso e già citato Scalfarotto: allargare l'intera legge Mancino che condanna l'istigazione all'odio e alla violenza a omofobia e a trans fobia.
In riferimento a quanto già detto diviene necessario saper vedere, saper giudicare e saper agire ed è per questo motivo, dunque, che urge un’approfondita e ben strutturata lezione di storia!

Lucia Immordino

domenica 30 novembre 2014

Baarìa - Storia di un crollo (la decisione di vederlo)

E finalmente mi decisi a vedere il film Baarìa, da tanti anni me lo scansavo attipo la rogna o un invito a un matrimonio con il trattenimento a 200km di distanza, che tanto lo sapevo che poi lo vedevo e mi sarei incazzato. 
E perchè?
Ca perché il reggista ha preso il meglio periodo di Bagheria e ci fece il ricamino a punto e a croce che tutti i mafiosi bagheresi si possono mettere nel salottino buono.
Che vuoi dire?
Che il regista ha preso il periodo più pulito di Bagheria, quello che va dall'anteguerra agli anni '70, quello in cui non è necessario parlare di mafia, e ha raccontato una storia in giallo, ma non con il morto, in giallo come gialle sono le luci del rigatone Barilla negli spot pubblicitari su Rai Uno.
Insomma, calore familiare, scenette meridionali, povertà confortante, scialli neri così cari a Dolce & Gabbana.
Insomma, 'na fissaria. E per tanto tempo mi ero tenuto lontano da questo film.
Me lo portarono a casa, posto d'intra - s'arricampa l'amica Lucia che mi dice: ci vediamo questo film che devo scriverci sopra un pezzo. E come un cretino ci cascai sano sano.
Vedo il film.
Atmosfere graziose, sentimenti confortanti, visioni rassicuranti, movimenti di folla, insomma, cose graziose a tignitè.
Mafia, niente.
Dopotutto il reggista si ferma agli anni '70 quindi che bisogno c'è di parlare di Provenzano e Madonia alla fabbrica del ferro, che bisogno c'è di parlare di ammazzatine e triangoli?
Nessuno, il reggista si ferma agli anni '70...
Ma quando mai!!!
Vedo una scena che 'u picciriddu vestito all'antica si ritrova in mezzo alle Panda con il paraurti in carbonato e io ci resto di merda: come? 40 anni di Bagheria mafiosa cancellati da un picciriddo che corre in mezzo al traffico e alle auto nuove nuove versione ultima?

(Correva il picciriddo e a ogni passo il sangue sull'asfalto di ogni morto ammazzato ritornava dentro il buco da cui era uscito, dallo stesso buco il proiettile faceva a marcia indietro e rientrava nella pistola da cui era stato sparato, la pistola a sua volta rientrava nella fondina, il killer risaliva in auto e tornava da dove era venuto, il morto ricominciava a fare quello che stava facendo e nessuno dei familiari avrebbe pianto, anzi, al morto ammazzato - che era rimasto vivo - gli dicevano, vai fuori, vatti a prendere il fresco, non ti preoccupare, qui, a Bagheria, non ammazzano a nessuno.)

Sentitomi preso fortemente per il culo, decisi di scrivere questo pezzo.
E poco importa che tanti mi dicono il reggista scrisse la storia di suo patre. Se il reggista voleva parlare di suo patre, allora il film lo chiamava "Storia di me patri". Bagheria è altro, o almeno è ANCHE altro, e "anche" sottintende bellissime cose di Cosa Nostra che sono vive e scoppiettanti come una padella di calamari. O come una raffica di mitra. O come n'anticchia di tritolo conservato per le migliori occasioni.
Peccato assai, qualche giorno prima avevo visto Il camorrista e mi sembrò che il regista era con i controcugghiuna.

GD

venerdì 28 novembre 2014

Rosario Crocetta: dalla Trivella alla Livella, il passo è breve.

AAS Magazine, questa settimana, regala ai suoi lettori una fantaintervista ad un personaggio da prima pagina. Ha occupato la poltrona di primo cittadino della città di Gela, facendo il sindaco per due mandati tra il 2003 e 2009. Ha ricoperto il ruolo di Parlamentare Europeo fino al 2012 per poi candidarsi a presidente della Regione Sicilia nelle fila del centrosinistra. Omosessuale dichiarato, vincendo le ultime elezioni regionali siciliane, nell'ottobre 2012, si è autoproclamato "il sindaco dei siciliani" portando il centrosinistra a governare la Sicilia per la prima volta dopo il decennio del centrodestra firmato Cuffaro e Lombardo. Il primo presidente 'comunista' della Regione Sicilia Rosario Crocetta, sempre nell'occhio del ciclone, ora per la vicenda della stazione radio MUOS di Niscemi, e nelle ultime settimane duramente criticato, sia da parte della propria maggioranza che dall'intera opposizione in merito all'accordo con l'ENI per l'installazione di piattaforme petrolifere nel mare Mediterraneo. Una scelta criminosa per i detrattori ma non per il presidente per il quale si verrebbero a creare nuovi posti di lavoro aumentando le entrate per l'economia siciliana in prospettiva e migliorando la sicurezza ambientale.

AAS: Presidente Crocetta, questa storia delle trivellazioni le ha fatto fare un buco nell'acqua, non crede?

RC: Un buco nell'acqua. Cerco solamente di risollevare l'economia della Sicilia, non voglio fare danni, ma vincere sui brutti, gli sporchi e i cattivi.

AAS: Come un supereroe. Lei è forse un appassionato di serie giapponesi fine anni ’80, sa Goldrake e le trivelle spaziali. Lei è come quei robot giganteschi che combattevano gli alieni. Governatore lei crede in altre forme di vita oltre la nostra nell’universo?

RC: Certo, al contrario di quel che dice Vasco Rossi, non siamo soli.

giovedì 27 novembre 2014

La posta dell'ExtraParlamentare: divagazioni oniriche

Cara Extraparlamentare,
l'agone politico è diventato un campo olimpiadico in cui si manifestano giovani muscolosi e giovanette tettone ai quali e per le quali le magliette sono diventate XXL. 
Molte delle pulzelle sono belle e quasi cinquecentesche, molti dei giovanetti serpottiani o
michelangioleschi. Come a vrai capito dall'incipit della lettera, il mio livello culturale è elevato tanto quanto quello ormonale ma son piuttosto perplessa sulla ricorrenza di alcuni miei sogni. 
Angelino. Matteo. Camusso.
Li vedo tutti in una spiaggia riservata ai naturisti: descrivo il paesaggio. Alberi bassi, dune, valve di mitili rinsecchite, rari granchietti, imbarcazioni scure all'orizzonte e tante parole scritte sulla spiaggia.
Ogni notte mi sveglio madida di umor salmastro. Il sogno è ricorrente: un incontro sabbatico tra Angelino e la Camusso. Lei lo sprona ma lui, reticente, si nasconde dietro la grande quercia di Nola. Interviene come un Febo il giglio vessillifero di matteiana memoria.
Ad anticipare o ritardare lex duralex est. E a lui si accompagnano suonatori di pifferi, strumenti vari di ordinaria fattura. Ecco che a metà del sogno un giovane rampollo si intromette. Tal Totti naso lungo ergo pollice piccolo.
Di buona educazione e scuola, il giovine si prodiga a che l'evento si svolga, ma una rete fitta intrecciata dagli operai senza la copertura 18 impedisce il miracolo.
Ed è questo che mi sveglia. Madida di umor salmastro.
la tua Itala

Cara Itala, il tuo affanno ed il tuo parlar cortese hanno intenerito il mio duro cuore avvezzo a sedute ben meno compiacenti. Il soggetto onirico è molto impegnativo, ecco il risveglio amarognolo. Credo che se prima di addormentarti rivedessi qualche buon vecchio film con Marlon
Brando o Kevin Kostner oppure Al Pacino (se proprio vuoi, per il suo forte tratto mascolino ) Mastroianni , forse ti sveglieresti un po' più serena. Troppa informazione fa male: monta gli incubi come albumi per la crema pasticcera, ti fa rigirare nel letto e poi, come vedi, gli incontri non sortiscono malgrado l'impegno. Per essi ci vuole il kamasutra della politica. 
Potrai trovarlo in ogni diario delle sedute. Scegli tu quale.

La tua cara Extraparlamentare

mercoledì 26 novembre 2014

L'arte spiegata ai non vedenti: 'u museo di Guttuso a Baarìa




Questo palazza che videte prima era museo, ora invece ci tengono li surci.
Beddi assai sono, arripusati e pasciuti, griggi cu li panzi bianchi.
Satariano esattamente dove prima c'erano li fimmini spugghiati di Guttuso, un quatro che faceva arrussicari puru li maniaci sessuali.
A chisti surci li quatri piaciunu assai.
I surci ancora si ricordano i cristiani ca ci travagghiavano. Che durante l’orario di lavoro s’aprivano le sdraio e si mettevamo insiemmula in libertà che tanto non ci veniva nessuno a disturbare, manco un turista. 
Ma in questo paese cu ci deve veniri? 
Eppure quattro belli quatri ci sono, attipo che nella sala grande c’era la spiaggia appiccicata al muro, un surciaio di corpi, fimmine buttate sulla sabbia, picciriddi che fanno capriole e masculi. Fa sentire cavuru solo a taliarlo. Dei masculi puoi contare le costole e parinu malati. Questo quatro ti mette un poco a disagio, c’è chi corre e chi si riposa, soprattutto quelli che currino. Due fimmine scappano con le braccia alzate che sembrano inseguite dai laponi, un’altra invece mette in mostra un costumino leopardato alla moda di oggi, perché Renato era uno che i posteriori li pittava boni e la sapeva lunga, lui prevedeva che dovevamo finire tutti a mare.
Pure suo patre tinceva quatri. 
Jachino lassa iri! Non ci perdere tempo, non ci perdere a vista, questa specie di cavalletto è meglio che lo vai a conservare. Terre non ce ne sono più, che cosa devi misurare? Siccaru tutti cose, limoni perduti, solo pale di fichidindia. E chiudi pure quel paracqua che hai alle spalle, che tanto in questo paese acqua non ne viene né dal cielo né dalle tubature. C’è da dire però che Jachinu è omo assai elegante e se ne fotte altamente, manco ci degna di uno sguardo, il suo baffo forse nasconde la piega amara della bocca, ma non ci dà soddisfazione, da voci di corridoio sappiamo che andrà via a bordo di uno dei carretti siciliani che anche loro qui non ci vogliono più restari.
Di queste cose che c’erano, puliziamuni ‘u musso, ma tanto non erano quatri taliabili, meglio i beddi paesaggi che vendono i marocchina pe la festa di san Giuseppi patrono, sono belli assai con la casuzza, il fiumicello, le nuvolette. 
I cristiani baarioti se li accattano e si fanno il museo a li casi.


Adele Musso/Giorgio D'Amato

L'altra Bagheria e l'altra Corleone al Liceo Classico "Scaduto": narrare per rielaborare

Il 15 Novembre forse Bagheria ha capito qualcosa. Forse a Bagheria si è capito cos’è veramente la mafia. “Una balata”. Magari i bagheresi iniziano ad avere la forza per spostare quella balata così grande ed opprimente che è lì, davanti agli occhi di tutti, ma nessuno ci fa caso. E invece gli studenti del Liceo Classico hanno iniziato a farci caso. 
Grazie all’aiuto dei blogger di Apertura A Strappo e i ragazzi di Corleone dell’associazione Dialogos al Liceo Classico un passo avanti si è fatto. 
La conferenza, tenutasi nell’aula multimediale e durata due ore, ha visto protagonisti Giorgio D’Amato e Cosimo Lo Sciuto, dell’associazione Dialogos. Giorgio D’Amato ha trasportato i ragazzi in quella Palermo degli anni ‘80, dove la morte era all’ordine del giorno. Si sono letti passi del suo libro,“L’estate che sparavano” , e di altri racconti del blog, come “Strage di Natale”. I ragazzi hanno anche avuto l’opportunità di ascoltare la voce di alcuni collaboratori di giustizia e killer di Cosa Nostra (Vincenzo Sinagra 'u'ndlì, Vincenzo Sinagra 'u timpesta) mentre ricostruivano avvenimenti tra i più macabri di quella famosa estate che ancora oggi ha il potere di far venire la pelle d’oca. 
Vincenzo Sinagra 'u'dlì
Con l’intervento dei ragazzi di Dialogos e di Cosimo Lo Sciuto in particolare, i ragazzi hanno conosciuto quella che è Corleone oggi. I ragazzi hanno capito come un corleonese vive la sua città, come si fa spazio giorno dopo giorno tra pregiudizi e luoghi comuni, come un cittadino riesce a valorizzare il territorio in cui vive. I ragazzi hanno conosciuto la storia di Bernardino Verro, primo sindaco socialista di Corleone, che lottò per la tutela degli agricoltori e quindi contro la mafia. L’intervento dei ragazzi di Dialogos è servito specialmente a sottolineare come la realtà tra Bagheria e Corleone sia nettamente diversa.
A Corleone è già iniziato un processo di rielaborazione, una presa di coscienza e di posizione da parte dalla cittadinanza su cosa è realmente la mafia, su cosa fare per poterla combattere. A Bagheria la mafia è ancora vista come un tabù. Il processo d’informazione e sensibilizzazione che dovrebbe partire dalle scuole è ancora troppo debole e quasi inesistente. Manca la voglia di parlarne a chi di competenza, ma di certo non manca la voglia di ascoltare e capire, come è stato dimostrato con questo incontro. Proprio per questo viene lanciata un’iniziativa ai ragazzi: rielaborare. La storia della mafia non ci è raccontata da nessuno, perciò bisogna conoscere i fatti, rielaborarli, narrarli. 
Vincenzo Sinagra 'u timpesta
La narrazione è lo strumento più efficiente per conoscere e far conoscere qualcosa, soprattutto perché è uno strumento che può e deve partire dal basso, dai ragazzi.
Capire. Studiare. Narrare. E’ questo il punto di forza dei ragazzi che molto spesso viene screditato o svalutato. E’ da qui che la presa di coscienza di cosa è realmente la mafia deve partire. E di cosa ognuno di noi può fare per combatterla, nel suo “piccolo”, ogni giorno. 
Quindi, buona rielaborazione.



da Strage di Natale - il comunicato stampa successivo all'omicidio plurimo in cui morì anche un pensionato, Onofrio Valvola, che si trovava per strada mentre l'auto dei killer sparava all'auto degli inseguiti.

“Il consiglio comunale, richiamando il monito del cardinale Pappalardo e del Papa Giovanni Paolo II, condanna il fenomeno mafioso e manifesta vivo il rammarico per il fatto che quest’atto criminoso, estraneo all’ambiente, abbia coinvolto una città laboriosa e tranquilla”.


Antonio Mineo